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… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
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CIBO IN FABULA… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
"Cibus in Fabula", il progetto per il Padiglione "Cibus è Italia" ideato dal digital storyteller Felice Limosani per EXPO 2015. Il progetto, attraverso una live exhibition, porta in scena 13 murales, realizzati da street artist internazionali, ciascuno dei quali verrà ”remixato” in una video installazione con animazioni digitali. Il risultato, una performance live, visibile sulla facciata esterna del padiglione “Cibus è Italia – Federalimentare Expo 2015”, per raccontare in modo coinvolgente i temi portanti dell'Esposizione Universale. Cibo, nutrizione e pianeta sono così narrati attraverso due differenti linguaggi contemporanei che prendono forma in un' unica live performance. Ogni singolo murales prenderà vita con la Video Art creando una imponente installazione che si compone, al centro, di un ledwall di grande impatto visivo mentre sulle due ali laterali, di due murales realizzati su tele monumentali di 70 mq: due supporti diversi per rappresentare all’insegna di “spray e pixel” 13 storie site specific. Per tutta la durata della manifestazione, gli artisti e Felice Limosani si alterneranno con cadenza bisettimanale, andando di fatto a “rimodulare”” il volto dello spazio espositivo dedicato alle filiere alimentari italiane allestito da Federalimentare e Fiere di Parma. La kickoff story di Cibus in Fabula è “Picture of Health” del duo Felice Limosani - Maser  ( 1 maggio),  mentre ad omaggiare proprio il “saper fare dei contadini” dell’Italia e del mondo è  la performance  “Communicating vessels”, ( 12 giugno) del duo “pugliese” Agostino Iacurci e Felice Limosani. Il progetto “Cibus in Fabula”, in particolare, sarà arricchito da un corposo calendario di eventi che si terranno sia all'interno dello stesso padiglione di Federalimentare, sia negli show room milanesi. Un viaggio esperienziale tra l'industria dell’agroalimentare e quella del design accomunate da una stessa storia di tradizione e artigianalità. Le opere realizzate dagli artisti presenti saranno poi raccolte in una mostra collettiva allestita in occasione di Cibus, il Salone internazionale dell'alimentazione, in programma alle Fiere di Parma dal 9 al 12 maggio 2016, per poi diventare un'evento culturale nel mondo.





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CHRISTO  e JEANNE CLAUDE… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
Era il 1969 quando Christo e Jeanne Claude si sono messi a impacchettare 93mila metri quadri di costa australiana con un tessuto bianco, mentre era il 1983 quando la loro installazione in polipropilene rosa ha occupato per diversi giorni le isole disabitate di Biscayne in Florida. In mostra le fotografie e i progetti con disegni, cartine topografiche e materiale utilizzato annessi. Si tratta di un’arte su larga scala, inquadrabile nella cosiddetta “land art”, che vuole stupire l’osservatore.   “Il loro lavoro non ha alcuna implicazione politica o sociale vuole solo creare reazioni di godimento e di gioia all’osservatore”.   Due maghi della Land Art: Christo e Jeanne plasmano il paesaggio regalando immagini di mondi fantastici. L’autenticità di due artisti inimitabili.





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FEDERICO FELLINI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Il 7 febbraio 1960, Federico Fellini scrisse un articolo per la rivista “Candido”, in cui affermava: “La <dolce vita> è la vita che si svolge oggi, in Italia come dovunque, nella provvisoria sicurezza data dalla fine del secondo dopoguerra, e dall’ avvento di un illusorio regime di pace. La società si è ricomposta, in un ordine e in una felicità apparenti, e i suoi componenti negli strati sociali e negli ambienti più diversi, conducono un’esistenza che, eccitata e a volte quasi frenetica, appare però ancora profondamente inautentica, priva di salde fondamenta, di soluzioni veramente sincere e valide. Ma in realtà è finito, del dopo guerra, soltanto l’aspetto più vistoso e tragico. Le macerie, la miseria e la fame non sono più così evidenti, o non come prima, però un disordine profondo mina gli animi, i rapporti; e la vita è dominata da una profonda incoscienza, da una frivola condizione di candore che non permette di rendersi conto delle lacune, della disarmonia che sta alla sua base”.





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TONY CRAGG… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Per la prima volta nella loro storia, le Terrazze del Duomo accolgono un grande evento di arte contemporanea: Tony Cragg, artista di fama internazionale, con le sue opere animate da movimenti ascensionali verso il cielo si confronta con le guglie e con lo straordinario racconto di popolo del Monumento. Una mostra come questa non è mai stata allestita sulle Terrazze del Duomo anche per l’impossibilità di trasportare delle sculture di tali dimensioni in un luogo così particolare, a un’altezza finora inaccessibile, al centro della città. Così come normalmente avviene per portare sul Monumento le lavorazioni in marmo opera dei grandi cantieri della Veneranda Fabbrica, così sono state innalzate queste opere, con l’impiego di una gru che ha consentito di sfidare il dislivello esistente tra la Piazza e le Terrazze. Tutto ciò è stato possibile per vivere in pienezza il dialogo tra Duomo e linguaggi dell’arte, portando Tony Cragg, scultore di primaria importanza nel panorama dell’arte dei nostri tempi fino a un luogo così importante e suggestivo di Milano. Un incarico che richiede sensibilità, maestria e la capacità di percepire la fitta rete di corrispondenze invisibili che governa il reale: nel suo modo di accarezzare il marmo, Tony Cragg costruisce un ponte, un nesso tra dimensioni apparentemente distanti. Ma solo all’ apparenza. Il marmo assorbe così il ritmo del tempo e, per mano dell’artista, si modella in forme e profili che vibrano verso l’infinito: la scultura è movimento, significato sempre puro e tangibile, materia portatrice di una forza trascendente senza pari.





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SHIRIN  ADEDINIRAD … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Shirin Adedinirad, nella pur difficile condizione delle donne in Iran, attraverso un percorso di studi artistici, è riuscita a trovare la sua personale strada verso l’autonomia e l’indipendenza intellettuale. A Teheran ha studiato graphic e fashion design, e dal 2010, oltre a partecipare ad una campagna internazionale per United Colors of Benetton, ha realizzato diverse mostre in Spagna, Turchia e India, affrontando argomenti come la questione di genere, la sessualità e la compassione umana. Le installazione sono state poste in un  contesto urbano  in Italia, e nel deserto in Iran: vari specchi sono stati posti sul terreno, in modo da riflettere il cielo. La scala di materico cemento, a  Treviso, si illumina del vivido riflesso del cielo azzurro cosparso di soffici nuvole bianche: la struttura artificiale interagisce con il mondo naturale in modo non convenzionale. Nell’ istallazione posta nel deserto iraniano, il contrasto è tra l’ocra delle dune di sabbia, e il riflesso del cielo limpido. L’artista ha trovato un originale mezzo per mostrare la relazione tra la mente umana ed elementi distinti della natura. In particolare, gli specchi sono stati usati per simboleggiare l’acqua, nel bel mezzo di una struttura in cemento, e nell’arido territorio dell’Iran.






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JAUME PLENSA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
 “L’artista deve aggiungere bellezza alla vita quotidiana della gente -  è un suo dovere”  pensa lo scultore catalano  Jaume Plensa che   crea sculture pubbliche  piene di poesia in scala  monumentale.All'inizio della carriera la sua opera è legata a materiali pesanti quali ferro e bronzo nella realizzazione di opere antropomorfiche a partire dall'unione e disassemblaggio dei materiali. Col passare del tempo, l'artista aggiunge elementi diversi alle sue opere: plasma plastiche, vetro e materiali sintetici e moderni che gli consentono di giocare con la luce per dare vita alle sue creazioni. Juame Plensa è attualmente l'unico artista vivente cui si dedicata una mostra presso il Nasher Sculpture Center di Dallas. 





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MARìA ESTER JOAO… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


La luce fluttua incessantemente mentre lo sguardo tenta di confinarla in un istante percettivo assoluto, con ostinazione, nel volerne cogliere la natura ultima... come un alone incerto sgorga e si immerge nell’ombra, che l’accoglie e ne mutua la presenza, nello stratificarsi del bianco, nelle scansioni dello spazio, nello scorrere del tempo che sottende  la nostra attenzione... e... non appena ci si convince di averne colto il senso, l’intenzione artistica di María Ester Joao si sottrae alla nostra osservazione critica. Eppure le matrici geometrico-matematiche sono evidenti in tutta la loro essenzialità: nella determinazione delle aree circolari o quadrate, nelle scansioni delle stesse secondo algoritmi ricorrenti, curve, progressioni numeriche o ripartizioni radiali. Tutto è apparententemente lì, a portata di mano, come qualsiasi elemento del nostro vivere quotidiano ma come questo, a conti fatti, permane in pari misura cosueto e ignoto. Nell’esprimere questa condizione di latenza sta l’intenzione di María Ester Joao, nell’indicarci ciò che è invisibile allo sguardo, immerso nella profondità dell’esistenza...





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JEFF KOONS … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Jeff Koons è artista acritico, per sua stessa ammissione, e pertanto la sua ricerca artistica è principalmente mirata a instaurare un dialogo fra la realtà circostante e la vita interiore di chi osserva le sue opere. Che all’apparenza hanno tinte edonistiche, come la serie d’esordio Inflatables (Gonfiabili), del 1978, costituita da fiori e animali di plastica gonfiabile, caratteriz-zati dagli sgargianti colori che ricordano le campiture di Matisse. È il primo accenno a quell’America spensierata e artificiale che appunto si afferma negli anni Settanta; “People dressed in platic bags, directing traffic. // Some kind of fashion”. Parole e musica dei Rolling Stones, in quello stesso 1978, che confermano l’attenzione di Koons per la scena culturale nei suoi vari campi, e il desiderio di rappresentare il sentire contemporaneo. Fiori di platica che sintetizzano i giardini ben curati della middle class, che circondano confortevoli villette strapiene di elettrodomestici, e cucine strabordanti di cibi e bevande. Un’America che segue con passione il campionato di basket dell’NBA, al punto che la mitica palla Spalding diviene essa stessa un’opera d’arte, “magicamente” sospesa in una teca di cristallo. Ma miti senza tempo s’incontrano in un ideale hall of fame artistica, costituita dalle statuette in acciaio di Bob Hope, Luigi XIV, una donna italiana dell’antichità, un coniglio (simbolo dei giochi dell’infa nzia). Una serie di opere del 1986, all’apice dell’era di Reagan, dove l’identità degli Stati Uniti d’America non la si misura più sulla scorta della storia, ma sulla base dei profitti di Wall Stre et (un quadro splendidamente raccontato da Bret Easton Ellis in American Psycho, romanzo mille volte citato, a riprova della sua importanza); la storia, quindi, sembra perdere i suoi con notati, e un Re del passato è alla stregua di un attore di Hollywood. Anche l’antichità della storia umana viene riletta in chiave di società dello spettacolo, un approccio che avvicina Koons anche a Guy Débord e il suo Situazionismo. La Balloon Venus (Orange), del 2008, che ricorda le rotondità primitive, e rodiniane, della Madre Terra, perde il suo arcaico, pensoso silenzio, e, complice l’acceso arancione dell’acciaio, si erge a matrigna della società dello spetta colo. In Antiquity 3 (2009), una tela di grandi dimensioni, un’attrice che interpreta Betty Page, cavalca un delfino sensualmente avvolta in lingerie e lunghi guanti di raso bianco, cui fanno da contrappunto autoreggenti e tacchi neri. In secondo piano, la purezza classica della statuaria greca, dall’erotismo più casto e intellettuale. Su quest’ultima scia, si collocano opere mature della serie Gazing Balls, riproduzioni in plastica di statue antiche quali l’Ercole Farnese o Ariadne, alle quali Koons ha aggiunto una sfera di vetro blu, simbolo di perfezione
ed eternità. A significare come l’arte antica possa essere un’importante fonte d’ispirazione per quella contemporanea, all’interno di un compromesso fra dimensione umana e progresso tecnologico.





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AMALIA DEL PONTE… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Il percorso artistico di Amalia Del Ponte si è snodato nel corso degli anni seguendo una via caratterizzata, pur nella sua articolata complessità, da una lucida coerenza, individuabile a livello di poetica e soprattutto di intenzionalità profonde, non certo riscontrabile semplicemente sul piano dello stile espressivo o del linguaggio. Amalia del Ponte è scultrice, ma nel senso più ampio e più ricco del termine: come è già stato sottolineato, è artista che non lavora sulla forma, ma nella forma, attraverso la forma, risalendo attraverso la forma alla memoria della materia. Al centro della ricerca dell’artista sta infatti non tanto una indagine analitica sulla forma scultorea, quanto piuttosto un vivo interesse per la materia, indagata nella sua struttura profonda, alla ricerca di quella espressività latente ma intensa che l’artista sa far riaffiorare. La materia, infatti, attraverso approfondite ricerche formali, è analizzata in quanto fonte inesauribile di energia: è manipolata, è trasformata al punto che “materialità e immaterialità non appaiono inconciliabili né conflittuali”. Del Ponte dimostra, sin dagli anni Sessanta, la tendenza a trascendere nelle sue opere la fisicità del materiale studiandone la relazione con il contesto spaziale, e temporale, in cui esse trovano vita, con particolare attenzione al ruolo del fruitore. Le sue sculture, come le sue installazioni, infatti, non si sono mai offerte come fatto compiuto e definitivamente connotato. Al contrario, proprio nel loro porsi in relazione con il luogo in cui sono collocate e con le persone che lo vivono, le sculture di Del Ponte mostrano la loro più profonda natura, la loro capacità di ridefinire lo spazio che le accoglie secondo inedite coordinate, stimolando in questo senso anche la partecipazione attiva dello spettatore. Come accadeva nei Tropi, di fronte ai quali Vittorio Fagone scriveva: “ […]l’articolarsi dei piani e delle superfici mi portava di continuo in uno spazio che sapevo artificiale e che risultava nei confronti dell’ambiente come un ‘negativo’ rispetto a un ‘positivo’, uno spazio interno. […] Né mi sorprese che quello spazio si venisse strutturando e organizzando secondo schemi e dinamismi”. Del Ponte, quindi, non agisce soltanto sulla scultura, anzi attraverso quella forma agisce sullo spazio e sul tempo dell’opera, dellafruizione. Nel 1980, a New York4, l’artista presenta il suo primo importante intervento in cui appare evidente l’interesse per la musica - come sintesi di elementi di natura estetica, culturale, antropologica, psicologica - e già chiaro il registro su cui tale interesse si colloca. Si tratta di Musica da camera per sei strumenti. L’opera è composta da un oggetto, apparentemente semplice, ossia una antica custodia per liuto, in cui l’artista custodisce, sovrapposti, una serie di oggetti di complesso valore simbolico. 





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JASON DE CAIRES TAYLOR… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Se mai vi capitasse di fare un tuffo nei fondali delle coste del Messico, precisamente nel mare di Cancùn, avreste la fortuna di ammirare una vera e propria opera vivente, in continuo sviluppo. A contribuire all’evoluzione di quest’opera sono artisti inusuali: piccoli pesci, alghe, spugne e polipi. Il “capo cantiere” è l’artista Jason De Caires Taylor, il quale merita il titolo di Scultore Ecologico,poiché, con il suo progetto denominato MUSA (The Museo Subacuatico de Arte), agevola la proliferazione delle specie acquatiche. Come? Collocando sul fondale marino 486 statue in pietra, le quali riproducono persone colte in momenti della propria quotidianità, dando vita ad un fedele fermo immagine delle espressioni dei loro volti. Gli artisti inusuali, attirati da queste superfici solide, aderiscono ai corpi delle statue e, oltre a rivestirli di straordinari colori luminosi e brillanti, generano le circostanze ottimali per la nascita delle barriere coralline. La proliferazione di esse è possibile solo in presenza di superfici rocciose, assenti in questi fondali ma, grazie alla collocazione di queste statue, composte da materiali perfettamente biocompatibili, il ciclo della vita riprende il suo corso. Arte e Scienza combattono all’unisono: lo scopo è consentire agli organismi riparo e preservazione della specie, condizione resa possibile dalla presenza di questa civiltà del mare, richiamando in questo modo l’attenzione dei turisti e distogliendo questi ultimi dalla vera barriera corallina a rischio estinzione. Attraverso questo capolavoro lo sguardo dell’artista si rivolge ad un sentito interesse verso la biodiversità marina, generando, oltre che curiosità, importanti momenti di sensibilizzazione e riflessione.





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PIERPAOLO CALZOLARI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Scrivere a proposito della produzione di Pierpaolo Calzolari necessita un piccolo tuffo nel passato, in un’epoca in cui vi era un’irrefrenabile necessità di innovazione: il 1968 chiede a gran voce “IMMAGINAZIONE AL POTERE!” e l’Italia risponde con l’Arte Povera. La locuzione fu coniata da Germano Celant, il quale propose un’arte capace di immedesimarsi con la natura nei suoi gradi più dimessi, poveri appunto, rinunciando a quel tipo di arte “ricca”, subordinata alle necessità della società, dei mass media e del boom economico, opponendosi quindi al sistema dominante dell’epoca. Una volta eliminata l’idea tradizionale secondo cui l’opera d’arte occupa un livello di realtà sovratemporale e trascendente, ciò che preme al gruppo è dimostrare che l’arte è incessantemente contaminata dalla vita, dai suoi ritmi e dai suoi materiali. Da questa idea scaturisce il bisogno di utilizzare elementi base quali la terra, l’acqua e il fuoco per poi introdurre anche materiali come il metallo, il vetro, il cuoio, la cera, il legno, la plastica e il ghiaccio. La grande rivoluzione messa in atto dall’Arte Povera fu la creazione di opere che non si presentavano come oggetti ma piuttosto come processi che avvenivano in un tempo definito e che dovevano essere innescati per rendere funzionante l’opera, inserendosi a tutti gli effetti in quel più ampio filone che prende il nome di Arte Concettuale. E’ in questo clima culturale, in cui avviene una vera e propria presa di coscienza delle possibilità espressive della materia, che Pierpaolo Calzolari inizia il suo percorso artistico. La sua poetica si distingue per lo straordinario lirismo, intrinseco di riferimenti alla letteratura, alla musica, al teatro e all’architettura, congiunto ad una particolare alchimia tra i materiali scelti, i quali si espandono poeticamente nell’ambiente, dando luogo ad una nuova dimensione spaziale e temporale. Egli si concentrò prevalentemente sui processi di trasformazione della materia, sul mutamento fisico e sul suo migrare da una dimensione all’altra, privilegiando elementi naturali come sale, muschio, acqua messi in relazione energetica con luci al neon, candele, registrazioni di suoni e rumori. Le istallazioni in cui divengono protagonisti le lente formazioni di ghiaccio e brine poste a contatto con superfici metalliche, evocano un universo silenzioso e nostalgico ma capace di coinvolgere il fruitore in una sublime esperienza sinestetica, rendendo avvertibili le pulsazioni interne e segrete della materia, come se quest’ultima avesse un’anima. Avvalendosi di materiali effimeri e precari l’artista-alchimista Calzolari viaggia alla scoperta del nucleo centrale degli elementi, rendendo visibile la loro essenza intima e ponendo l’arte come un continuo luogo di trasformazione, distruzione e ricostruzione di una materia palpitante.






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GILBERT GARCIN… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Gilbert Garcin, nato il 21 giugno del 1929 a La Ciotat (Provenza), è un fotografo francese.Laureato in economia, direttore di una società importatrice di lampadari, marito e padre, si dedica alla fotografia a seguito del pensionamento.Ambientazioni surreali dominano gli scatti, attraverso cui il fotografo ritrae un anonimo “signor nessuno” (o forse polivalente “signor tutti”), in cui ogni spettatore può identificarsi.Fotomontaggio e assemblaggio fotografico, dunque, i mezzi scelti per esprimrsi in un epoca in cui l’apparenza non coincide con l’essenza; in cui la metafora e l’allegoria rappresentano figure fondamentali per attirare l’attenzione e stimolare riflessioni su argomenti talmente “quotidiani”, da non meritare il soffermarsi a pensare.L’artificiosità è lo strumento utilizzato da Garcin per invocare tematiche chiare, come lo scorrere del tempo, la presa d’iniziativa, l’incomunicabilità, l’ignoto, la complicità o la dipendenza tra l’uomo e la donna, l’equilibrio, l’attesa (di Godot, forse?), il bisogno di “arrivare”, la necessità di “afferrare”, la conoscenza, la superficialità e la monotonia, l’insicurezza, la cupidigia, la responsabilità e le conseguenze del nostro agire.Chiarezza che trova coerenza nell’assenza di colore e, quindi, nella scelta del bianco e nero. Scelta che porta l’osservatore in una realtà altra, in una dimensione fantastica, onirica, che suggerisce una domanda: che cos’è l’arte, se non una possibile rappresentazione del mondo che conosciamo?


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CHRISTOPN NIEMANN … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Divertenti, brillanti, geniali nella loro semplicità. L'artista tedesco Christoph Niemann ha preso diversi oggetti di uso quotidiano e li ha letteralmente incorporati nei suoi disegni ad acquerello. Neimann, i cui lavori da illustratore appaiono sul New York Times MagazineNew Yorker MagazineTime e Wired, ha giocato con la prospettiva, realizzando disegni che, fotografati, danno alle immagini un inedito effetto di profondità e un sorprendente senso di movimento. Così, invitandoci ad osservare le cose di ogni giorno da un altro punto di vista, trasforma, ad esempio, un avocado in un guantone da baseball, un panino al coriandolo in un mento non sbarbato, due banane nelle zampe posteriori di un cavallo o una cuffia nel naso di un gorilla




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GIORGIO GOST … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Giorgio Gost, artista che sigilla oggetti che verranno ricordati nell'anno 6000





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MARIE LAURENCIN … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Donne dai volti delicatissimi, quasi angelici pur in una certa imperfezione, occhi vividi anche se spesso perduti dietro un sogno che forse loro stesse non conoscono appieno, forme sinuose ricoperte da abiti morbidi. Colori pastello, tocco lieve, fiori dalle corolle spalancate e lunghi colli candidi, spesso ornati da candidi fili di perle. Marie Laurencin, la pittrice delle donne fragili, l’artista dell’acquarello che non dilava ma dà forma. Pose malinconiche, labbra spesso imbronciate, sfondo più da indovinare che da guardare. Ispiratrice di Apollinaire, ispirata forse dallo stesso poeta simbolista, ora quasi sconosciuta: Marie Laurencin è la pittrice dei sogni appena sognati, delle realtà reali soltanto a metà. Marie Laurencin (Parigi 31 ottobre 1883- Parigi 8 giugno 1956)  è stata una pittrice francese .Nel 1907 espose per la prima volta al Salon des Indépendants. Nello stesso anno Picasso  le fece conoscere Guillaume Apollinaire. Da questo incontro nacque un legame passionale e tumultuoso che durò fino al 1912. Nel 1914,  sposò il barone Otto von Watjien La coppia si spostò in Spagna dopo la dichiarazione di guerra, prima a Madrid e poi a Barcellona. Qui l’artista frequentò Sonia e Robert Delaunay, grazie ad un incontro organizzato da Francis Picabia, per il quale ella compose delle poesie per la rivista Dada nel 1917. Tornò a Parigi nel 1920. Il suo stile è caratterizzato da un impiego particolare di colori fluidi e dolci, da una composizione semplice, e da una predilezione per certe forme femminili longilinee e graziose. Queto le permetterà di occupare presto un posto privilegiato nel cuore della Parigi mondana degli anni venti. Strinse legami profondi e fecondi con numerosi scrittori dei quali ha illustrato le opere: André Gide, Max Jacob, Saint-John Perse, Marcel Jouhandeau, Jean Paulhan, Lewiz Carroll e tanti altri.Divenuta ritrattista ufficiale dell’ambiente mondano femminile degli anni ’20, Marie Laurencin lavorò anche come decoratrice per il balletto Les Biches di Serge Diaghilev, poi per l’ Opéra- Comique, la Comédie Francaise  e i balletti di Roland Petit al Teatro dei Champs-Elysées. Le amicizie influenti le aprirono il bel mondo e negli anni ’20 divenne molto famosa come ritrattista nell’ambiente mondano di Parigi. Coco Chanel, affascinata dalle linee morbide e dai colori tenui dei suo quadri, le chiese di dipingere un suo ritratto e si ispirò ai suoi raffinati acquarelli.


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HENDRIK KERSTENS … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Noto per “ritrarre” i sui soggetti in pose ispirate ai dipinti olandesi del 17° secolo, Hendrik Kerstens è uno di quegli artisti che sono riusciti a sviluppare una carriera concentrandosi apparentemente su un unico soggetto, la figlia Paula: l’imperturbabile protagonista di ogni sua scatto, in grado di ammaliare (e respingere l’osservatore) pur posando con oggetti di uso comune, nel tentativo di emulare abbigliamenti e copricapi del tempo. Un’intuizione nata del tutto per caso, quando un giorno, togliendosi il cappello  al ritorno da equitazione, scopre una capigliatura straordinariamente  simile a quelle immortalate per oltre un secolo dai grandi  maestriolandesi del’ 600. Visione che convince il padre a intraprendere una serie di portraits  basati quasi esclusivamente su di lei . Un’opera in divenire, che oltre a entrare a far parte di rinomate collezioni pubbliche e private, ha permesso a Kerstens di conseguire prestigiosi riconoscimento come il PANL o il famigerato Taylor Wessing, con celebrità come Alexandres McQueen,  (suo appassionato collezionista), entusiasta nel trasformare un suo scatto nella “copertina”di quella che poi risulterà essere una delle sue ultime sfilate.  Uno sguardo che volge al passato, dal quale è difficile rimanere presenti.





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KEITH LEMLEY … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Il mio lavoro è vedere l'invisibile- la presenza invisibile che esiste nella nostra mente e circonda tutti gli oggetti, esperienze e ricordi. Lavorare nel mio studio nella campagna Appalachia, ho sviluppato un forte interesse a far parte di osservazione e sistemi naturali, il tempo e il processo della vita e della morte, e una sensibilità estetica che sintetizza l'organico e la macchina. Mi concentro sul potenziale di materiali e ambienti per essere più e di diverso il modo in cui sono attualmente percepiti e compresi; soddisfare un desiderio innato di esplorare, scoprire, condividere e riflettere. Attirare l'attenzione ai sistemi fisiologici di visione, il pensiero, e la memoria, sono interessato a fare cospicui nostra percezione della realtà, il tempo, e l'identità.Inizialmente catturare l'attenzione con mezzi formali, il contenuto del mio lavoro poi entra nel cognitiva come si rapporta attivamente questa esperienza con quelle già detenute nella mente come memoria. A questo punto del sentimento e del pensiero significato è prodotto. Ritardando questo processo attraverso riorganizzando il tessuto del quotidiano nella insolita, un elevato senso del presente si fa sentire. In ultima analisi, si cammina via più consapevoli di sé e felice in tutti i giorni ephemera visivo e l'esperienza di essere un respiro vivente.





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ALEXANDER CALDER … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Alexander Calder (1898-1976), uno degli artisti più affermati e amati al mondo, ha rivoluzionato la storia dell'arte attraverso l'utilizzo di materiali non convenzionali e reinterpretando completamente il concetto di spazio. Calder è famoso per le sue sculture in movimento, i mobile, ma il suo spirito innovativo e la sua forte visione creativa vanno al di là di qualsiasi definizione di genere. Nel 1933, Calder afferma: «Perché non rappresentare le forme in movimento? Non un semplice movimento di traslazione o rotativo, ma una composizione di diversi moti di vario tipo, velocità e ampiezza. Così come si possono comporre colori o forme, così si può comporre il movimento». Utilizzando la bellezza ideale delle forme astratte integrate con le proprietà di gravità, equilibrio e spazio negativo, le sculture di Calder hanno la facoltà di creare una nuova esperienza dell'oggetto e dell'ambiente. Ma come afferma l'artista, «il fil di ferro, o qualcosa da torcere, o rompere, o piegare, è il mezzo più facile per esprimermi». Poco dopo, Calder inizia a realizzare le prime sculture astratte in fil di ferro. Alcune di queste opere, come ad esempio Object with Red Ball del 1931, mostrano un approccio radicale alla solidità e allo spazio attraverso le variazioni della forma sferica. Ma ancora più estremo in Calder è il concetto che è lo spettatore stesso a determinare la composizione finale dell'opera d'arte. Intrigato dall'idea di forme astratte in grado di occupare diverse posizioni nello spazio, Calder inizia a utilizzare motori e manovelle per creare opere in grado di svolgere due o tre movimenti ciclici. Descrivendo una delle sue prime sculture in movimento, è Marcel Duchamp che suggerisce a Calder di chiamare i suoi nuovi oggetti mobile. 





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PAOLO CUMMINS… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Per commemorare il centenario del coinvolgimento della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale, ceramista  Paolo Cummins e scenografo Tom Piper concepito di un impianto impressionante di papaveri in ceramica piantate nel famoso fossato asciutto attorno alla Torre di Londra. Intitolato"Blood Swept terre e mari di Red," il lavoro finale sarà costituito da 888.246-fiori ogni ceramica rossa rappresenta una fatalità, che militare britannico o Colonial fluire attraverso terreni intorno alla torre.






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ANNA KUNINYI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Anna Kubinyi è una straordinaria textile artist ungherese.Dal 1976, anno della laurea, ha sviluppato uno stile personale, basato sulla tecnica Gobelin, in quanto lavora su un grande telaio a mano, ma utilizzando materiali differenti, di consistenze diverse: le superfici dei suoi lavori diventano in questo modo quasi scultoree. Anna utilizza strisce di cartone, che è diventato una parte caratteristica della tecnica, canapa grezza e attorcigliata, e un approccio a due strati, in cui lo strato superiore viene strappato o aperto per rivelare lo strato inferiore goffrato. I suoi ultimi lavori, pur essendo completamente tridimensionali, sono sempre tessuti a mano su telaio. Se l'opera lo richiede, a volte Anna usa seta, metallo o fibra d'oro, ma la canapa è protagonista assoluta. Un materiale meraviglioso, sottile ma rustico, capace di esprimere sia tenerezza e forza, e di generare bellissime textures ed effetti di superficie.






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FRANCESCO  HAYEZ … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Francesco Hayez,  pittore romantico, classicheggiante,  nasce a Venezia, nella parrocchia di Santa Maria Mater Domini il 10 febbraio 1791.  Ultimo dei cinque figli di una povera famiglia, viene affidato a una sorella benestante della madre, moglie di un commerciante d’arte. E' nella bottega di questo zio che il piccolo Francesco, crescendo all'ombra di tanti quadri, manifesta una naturale inclinazione al disegno. L'educazione artistica del ragazzo viene affidata a pittori locali, ma la sua vera scuola è la galleria del palazzo Farsetti, che ospita una grande collezione di gessi statuari, tratti dai modelli dei musei di Roma, dove  si esercita per ore a copiarli. Molte sue opere sono "criptate" e hanno un messaggio nascosto (sicuramente politico). Ad esempio nel Bacio, rappresentato in epoca medioevale, intuiamo il vero significato dell'opera, legata al suo tempo, con un patriota che sta partendo per la guerra contro gli Austriaci. Naturalmente in quegli anni era vietato rappresentare liberamente scene di questo tipo, ed è proprio così che Hayez decise di "camuffare" o "criptare" i suoi dipinti, trasponendoli in epoche passate. Il Bacio, è diventato infatti il "manifesto" del Romanticismo Italiano.






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JESùS RAFAEL SOTO … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Scultore e pittore venezuelano, figurativo ai suoi inizi, che derivò al cubismo, l'astrazione geometrica e l'arte cinetica virtuale. Uno dei suoi maggiori successi fu integrare lo spettatore nell'opera con la creazione di spazi penetrabili. Nelle sue prime opere si vede l'influenza di Paul Cézanne e il gusto per la geometrizzazione delle forme nei paesaggi ("Paesaggio di Maracaibo", 1949), nature morte, ritratti ("La dama greca", 1949). Con con il suo trasferimento a Parigi, dove prende contatto con le avanguardie e studia a Malavitch e Mondrian, evoluziona verso un'astrazione geometrica.Le prime opere parigine corrispondono alla sua preoccupazione per creare superfici di dinamismo visuale in base al colore, la forma geometrica e l'ambivalenza forma-sfondo ("Composition dynamique", 1951).A partire del 1953 realizza i primi lavori di arte cinetica virtuale, effetto ottenuto dopo separare lo sfondo e la forma: la prima su una piastra trasparente di plexiglas e la seconda su una piastra di legno collocata a 10 centimetri ed entrambe fissate con stecche metalliche. Di quelli anni sono: "La cassetta di Villanueva" (1955) e "Spirale con plexiglas" (1955). Nel 1955 insieme ad Agam, Tinguely e Pol Bury, formula nei suoi lavori i principi dell'arte cinetica.All'inizio tratta lo spazio come materia plastica ("Structure cinétique", 1957) e più tardi incorpora ai suoi pezzi elementi da rifiuto che combina con intrecci geometrici. ("Cubi ambivalenti", 1958).Alla fine della decade dei 50 creò le prime opere vibranti con la serie di sculture, a base di stecche che pendono da fili di nylon di fronte a uno sfondo intrecciato, con un movimento naturale che, combinato con la percezione dello spettatore al muoversi di fronte all'opera, producono l'effetto cinetico ("Struttura cinetica di elementi geometrici", 1958). Approfondendo in questa linea ottenne l'incorporare totalmente lo spettatore nell'opera attraverso dei Penetrabili ("Penetrabile giallo", 1969).Realizzò anche alcune opere pubbliche come i murali del palazzo della Unesco a Parigi, 1970. A partire di questa data realizzò diverse strutture cinetiche integrate con l'architettura: Hall della fabbrica Renault di Boulogne-Billancourt (1975); Volume sospeso nel Centro Banaven a Caracas (1979); Volume virtuale nel Centro Pompidou a Parigi (1987). Negli anni ottanta tornò a studiare l'ambivalenza del colore sul piano, secondo i principi di Wassily Kandinsky e dell'ultima tappa di Mondrian, attraverso di quadri di differenti formati su un intreccio bianco e nero. ("Rosso centrale", 1980).Come abbiamo detto, uno dei maggiori successi di Soto fu convertire lo spettatore dell'opera in soggetto attivo, dovuto alla mobilità dell'immagine circondata nella materia creata dal artista. La visualizzazione del movimento e la luce costituirono le principale motivazioni della sua opera. Nel 1973 il governo di Venezuela costruì il Museo di Arte Moderno Fondazione Jesús Soto.






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BRIDGET RILEY … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Nei primi anni ‘60, una giovane donna inglese, Bridget Riley, osserva affascinata lo scorrere dell’acqua, i vortici di vento e tutti i movimenti che esistono in natura. Bridget è un’insegnante d’arte e lavora come illustratrice: vuole a tutti i costi ricreare sulla tela quegli stessi movimenti, sostituendosi alle forze naturali che li generano. Ci riesce! La sua pittura vibra ai nostri occhi e ci ipnotizza, con linee e figure che ruotano, avanzano, retrocedono, illudendoci di muoversi. È Optical Art detta Op-Art, un movimento artistico di cui Bridget Riley fa parte. I riferimenti al mondo reale ci sono, anche se non evidenti. L’artista ha dichiarato: “Lavoro con la natura, anche se in termini completamente nuovi. Per me la natura non è il paesaggio, ma il dinamismo di forze visive”




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JAGO … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Jago "In un mondo in cui è concesso sempre meno spazio alle piccole cose, io mi fermo e dedico un attimo di questo inutile tempo ad ammirare l'universo dentro il dettaglio."
Jago " Nel 2010 ho realizzato un busto in marmo di benedetto XVI, 8 mesi di duro lavoro e oggi lo scalpello torna a correre sulla superficie di quel marmo bianco.Documento tutto, un video racconterà questa follia, ma per fortuna a me poco importa. Che abbia vinto medaglie o che sia stato esposto in luoghi prestigiosi, nulla dura in eterno, per questo motivo disegno solchi su un viso perfetto e liscio, distruggo l'attaccamento alle cose materiali, cerco l'Uomo dietro il personaggio."





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JENNY SAVILLE… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Chi è donna sa quanto è difficile esserlo in una società in cui vige la legge della bellezza assoluta e della forma perfetta. Ma la bellezza risiede davvero nella perfezione? Per secoli l’arte ha proposto l’immagine di una donna sublime, incantevole, l’immagine della donna desiderata, non della donna reale. Poi giunse Jenny Saville, una delle principali esponenti del YBA (Young British Artist) nata nel 1970, la quale non ebbe timore a mostrare al mondo l’immagine di donne vere, piene, sensuali, nonostante le imperfezioni, il grasso, la cellulite e le smagliature.  La sua arte ha spalancato le porte ad una ricerca estetica distante dai consueti canoni femminili,  insegnandoci che “la normalità e noiosa, bello è ciò che possiede una goccia di veleno”. Se nella vita c’è sofferenza è giusto che anche l’arte la rappresenti in qualche modo e, grazie alla sua pittura iperrealista, l’artista ci mostra le deformazioni della gravidanza, il dolore del parto, i corpi sformati ma non per questo meno femminili. Le espressioni facciali di queste donne tormentate si trasformano in smorfie grottesche poiché guardano la realtà con occhi sinceri, a volte impauriti; occhi di volti tumefatti e sanguinanti a causa di una violenza fisica e psicologica. La sofferenza di questi corpi è esplicata in particolare dalla pienezza del quadro, i corpi sono compressi, schiacciati, si sentono limitati anche dal supporto materiale su cui vengono rappresentati, palesando le angosce di chi si sente prigioniero di un corpo imperfetto. Jenny Saville ha intrapreso un’indagine onesta e veritiera dei corpi femminili, ponendoci davanti a quel delicato processo di autoanalisi che le donne affrontano ogni giorno, ricordandoci che non dobbiamo avere paura del lato puramente fisico del nostro essere, anche se lo dovessimo avvertire lontano dagli stereotipi artificiosi che ci impone la società. Dietro a ciò che di noi appare siamo carne, siamo sofferenza, siamo le nostre ferite, siamo senza trucco, senza maschere, a volte fragili, a volte energiche, siamo vere, siamo autentiche, nelle nostre imperfezioni, proprio perchè possediamo quella goccia di veleno.




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GIORGIO BEVIGNANI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Lo scultore Giorgio Bevignani sarà tra i sessanta artisti selezionati per la quarta edizione di BAG – Bocconi Art Gallery, che inaugura martedì 27 maggio alle 18.00 a Milano, presso la sede di via Röntgen 1. BAG è il progetto nato nel 2009 dalla volontà dell’Università Bocconi di Milano di creare un dialogo con la città attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea. Bevignani, che presso la BAG rimarrà in mostra per un intero anno con l’installazione Jordan’s Red Water, è apprezzato e seguito da critici e studiosi quali il recentemente scomparso Omar Calabrese, insieme a Valerio Dehò, Francesca Pietracci, Martelena Arango Cardinal, Isabella Falbo, Niccolò Moscatelli, Jaime Ceron e Renzo Orsini. L’importante mostra alla Bocconi Art Gallery arriva peraltro poco dopo la nomina dell’artista a membro della Royal British Society of Sculptors. La compagine di opere, tra dipinti, sculture, fotografie e installazioni che animeranno gli spazi del campus della Bocconi - dalla sede storica di via Sarfatti al building di Via Röntgen firmato dallo studio irlandese Grafton Architects - comprende le opere di grandi maestri che vanno da Lucio Fontana a Ettore Spalletti, da Arnaldo Pomodoro a Piero Manzoni, passando per Steven Scott, Gerold Miller e Zhang Huan.Nell’opera di Bevignani, Jordan’s Red Water, il simbolo del fiume, il Giordano, e del suo costante scorrere si unisce all’idea di purificazione e memoria in continua rigenerazione. Sono temi che l’artista da sempre ben maneggia: attingendo dalla scienza contemporanea, dalla metafisica e dalla mitologia, affronta l’universale modellando e dando forma a 613 distinti moduli (il numero di semi nel frutto della melagrana) installati e messi insieme a creare un più ampio e coesivo lavoro, una particolare costellazione, rigenerazione del particolare. Si tratta di un’opera che ben si inserisce nella “scultura atomista” per la quale Bevignani si è spesso contraddistinto. L’artista sembra scomporre in particelle “rispondendo ad una spinta insita nell’uomo che in lui diventa vero motore della ricerca artistica: la necessità di verità". La pietra, il rosso vivo, il modulo che si ripete come in un mondo atomico sono il suo de rerum natura: la sua poetica ha solide radici nella letteratura e nella filosofia e Bevignani “ha compreso come la semplicità della visione delle cose deve rimanere aggrappata alla solidità dei colori, della materia pulsante, del fluoro e dello zolfo, e anche del valore cangiante e metamorfico della relazione con la luce”. Il progetto di promozione dell'arte contemporanea in Bocconi promette dunque, anche per la quarta edizione, di essere non solo esposizione, ma vera promozione culturale, resa possibile dalla collaborazione di collezionisti privati, gallerie e artisti, con un programma inaugurale denso di eventi e personaggi. Una visione costante illumina il lavoro di Giorgio Bevignani: la sua idea di arte trae origine da un modulo concreto che è replicato, amplificato, espanso nello spazio, alla ricerca di interazioni e profondità sempre diverse. L’artista ha trovato questa regolarità attraverso l’ idea di replicabilità infinita pari almeno alla sua possibilità trasformativa. I moduli sono realizzati a mano con materiali come la terracotta o il cemento; il pensiero che si materializza in una struttura particolare, modulare, reticolare, eppure sempre volutamente low tech, o in cui comunque la tecnologia c’è ma non deve essere notata. “Jordan’s Red Water” associa il tema del fiume, il Giordano in questo caso, a un elemento classico di purificazione e memoria. Fondendo i suoi interessi nella scienza contemporanea,nella metafisica e nella mitologia, l’artista modella e da forma a 613 distinti moduli (il numero di semi nel frutto della melagrana) installati e messi insieme a creare un più ampio e coesivo lavoro, dando origine alla sua particolare costellazione, una creazione nuova per il mondo.







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ISABELLE MENIN… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

È immediatamente evidente che sfondo artistico di Isabelle Menin è nella pittura con i suoi colori vivaci e tonificante, fantasiose manipolazione delle texture e materialità hanno af fascinato la comunità artistica.Opere di Menin sono come vortici,  tirandogli spettatori nel più profondo del profondo. Menin descrive le sue composizioni "Inland fotografie e paesaggi
disordinati"come mezzo per attingere paralleli tra la complessità del carattere umano e dellanatura. L'ispirazione per il suo lavoro è tratto in parte da Peter Paul Rubens e i cosiddetti "primitivi fiamminghi", un circolo artistico prominente nei secoli XV e XVI che comprendeva Jan van Eyck, Hans Memling e Rogier van der Weyden. Link diMenin a maestri fiamminghi può essere visto nel suo sforzo di creare una forma distintiva di realtà   all'interno di mondi immaginari.






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JAMES TURRELL … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Il mio lavoro si concentra sullo spazio e sulla luce che vi dimora. Parlo del modo in cui si può confrontare quello spazio e completarlo. Si tratta di un modo di percepire, come quando si rimane senza parole guardando il fuoco”. James Turrell è un artista che impiega la luce e lo spazio per creare installazioni che coinvolgono il sistema sensoriale dello spettatore. Conosciuto in tutto il mondo, le sue opere si trovano nelle maggiori collezioni del mondo. Per più di quattro decadi, Turrell ha creato affascinanti opere che giocano con la percezione e gli effetti di luce all’interno di spazi da lui creati.  Il suo interesse per il fenomeno della luce è collegato ad una sua profonda ricerca spirituale, tesa a liberare ed espandere le capacità cognitive ed immaginative dell’individuo.





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ERIKA IRIS e BENOIT JAMMES… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 

L’oggetto è un rettangolo di plastica di 10×6 cm e spesso 8 mm. Dal 1963, anno in cui venne immesso sul mercato dalla Philips, divenne ambito come un iPod e ne furono creati di vario colore e materiale. Questo è trasparente, il che mi consente di osservare il suo interno senza doverlo aprire. L’insieme consiste in due bobine bianche che raccolgono un nastro nero magnetico sul quale può essere registrato materiale sonoro. Vedo inoltre un deviatore, il quale funge da guida al nastro per fare in modo che non si attorcigli; lo spinotto di fissaggio del nastro, per tenerlo ben ancorato alla bobina; il foglietto anti-attrito (sottilissimo foglio di plastica), il quale riduce al minimo il rumore causato dallo sfregamento della bobina contro il contenitore e cinque minuscole viti che permettono di tenere ancorato il tutto. La parte superiore e le due parti laterali sono chiuse ma nella parte inferiore si può addirittura toccare con mano il nastro. Sull’etichetta esterna, grigia e a righe nere orizzontali, a sinistra trovo scritto il marchio di fabbrica Sony, mentre a destra leggo HF 60 (alta fedeltà, 30 minuti per lato) ed al centro un piccolo rettangolo bianco, giallo e rosso. Se la giro, come per magia, vedo le stesse cose. La prima volta che mi resi conto dell’esistenza di uno di questi oggetti mia mamma aveva ventotto anni, guidava una Fiesta blu metallizzata ed io sei e volevo guidare la mia bici bianca. Era il 1995 e La donna, il sogno & il grande incubo degli 883 suonava dentro una musicassetta giallo ananas. Da quel giorno io e le mie inseparabili musicassette, armate di registratore con microfono, rubavamo musica ovunque. Ricordo ancora la rabbia provata quando partiva una canzone alla radio e purtroppo mi toccava registrarla ormai già iniziata -e non c’era Youtube per riascoltarla- o l’attesa interminabile per riavvolgere tutto il nastro ed il giorno in cui rubai il primo ingordo mangiacassette portatile (detto walkman) a mio padre, giorno in cui iniziai a sentirmi veramente glamour. Se mai dovesse esplodermi una retrò mania le vorrei di nuovo tutte color ananas ma riguardando la musicassetta che sto descrivendo, con un po’ di fantasia e grazie alla sua trasparenza, ci vedo due grandi occhi stralunati e stanchi e come biasimarla dal momento che dagli anni sessanta è sopravvissuta fino agli inizi del duemila. A ridargli vita ci hanno pensato Erika Iris e Benoit Jammes, dove l’arte viaggia sull’onda di una palese nostalgia.







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EIKO OJALA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Il graphic designer e illustratore estone Eiko Ojala è un artista che fa dell’originalità delle proprie opere il suo tratto distintivo riconoscibile in tutto il mondo. I suoi lavori si chiamano "Paper Cut", letteralmente carta tagliata, e sono creati da illustrazioni sviluppate con l’ausilio della carta tagliata. Lavora prevalentemente in digitale ma disegna tutto a mano e studia forme, luci ed ombre per rendere i disegni delle opere complete. Lo stile delle illustrazioni è decisamente minimale, anche se i concetti espressi sono ben lungi dall’essere banali.






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GEORGES ROUSSE … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Esistono edifici che hanno avuto il privilegio di finire nel mirino (della macchina fotografica) di Georges Rousse prima di essere abbandonati al loro crudele destino: la demolizione. Si tratta di edifici le cui stanze fatiscenti, ormai in rovina, riacquistano, grazie all’intervento dell’artista, dignità e considerazione. Guardando le fotografie delle sue opere,  si potrebbe pensare ad una semplice manipolazione digitale ma in realtà i colori, le linee, i volumi presenti nelle immagini sono stati concretamente dipinti con cura sulle pareti delle stanze e conseguentemente immortalati tramite la fotografia. Se ci trovassimo a passeggiare per la stanza da lui prescelta, ciò che osserviamo nella fotografia sarebbe visibile esclusivamente da un unico punto preciso: quello del treppiede del fotografo. Soltanto da li le linee convergono e l’immagine prende forma ma se ci spostassimo di soli pochi centimetri dal punto rintracciato, le forme ci apparirebbero nuovamente caotiche e disordinate. Georges Rousse esibisce con destrezza la sua abilità nel realizzare immagini anamorfiche. Eh??? Semplifichiamoci la vita: l’anamorfismo è un effetto di illusione ottica che distorce la nostra percezione visiva, in modo tale che l’immagine sia riconoscibile solo se la si guarda da un determinato punto di vista. L’artista quindi tenta di confonderci, ingannando la nostra visione ma il suo unico scopo è quello di  invitarci a scoprire nuove possibilità di visione, mettendo alla prova la nostra fantasia, per poi ricondurci al punto in cui è possibile rintracciare le geometrie perfette. Mescolando la vivacità e l’energia rilasciata dalle sue eleganti e colorate forme geometriche alla tetra opacità degli edifici abbandonati, dona a pareti e soffitti una nuova, sebbene breve, dimensione e siamo carne, siamo sofferenza, siamo le nostre ferite, siamo senza trucco, senza maschere, a volte fragili, a volte energiche, siamo vere, siamo autentiche, nelle nostre imperfezioni, proprio perchè possediamo quella goccia di veleno.






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RICHARD SERRA… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Nel deserto, dove tutto non lascia che scie, una scultura apparentemente immutabile collassa nella varietà di letture e apparizioni che le si attribuiscono: nel movimento dei visitatori che le dà vita, nelle luci e nelle ombre proiettate, taglienti e inafferrabili, nel suono che il vento produce sfilando sulle facce delle superfici, nella temperatura che gela o arroventa il materiale. Quattro gigantesche lamine di metallo trafiggono il suolo del deserto del Zekreet, apparizioni enigmatiche e sospese come miraggi monumentali ancorati solo al peso dell’acciaio. In East-West/wEST-East, l'ultima e più grande opera pubblica di R.Serra, appena realizzata nella riserva naturale del Brouq in Qatar, l'artista arriva ad un'estrema semplificazione ed efficacia formale. Da sempre interessato a rimuovere la scultura dal piedistallo a cui l'hanno confinata secoli di tradizione, in questo caso la lascia libera di andare per il mondo  quasi cadenzando con i suoi quattro smisurati passi la distanza tra lo spazio del paesaggio e quello dell'uomo. L'esperienza della percezione dell'osservatore nell'ambiente che è quella che da vita e corpo alle opere di Serra, esponendole in un caleidoscopio di visioni e forme differenti che reinventano l'opera in ogni momento, è qui estremizzata efficacemente: ogni pannello appare esile, lineare, enorme, fragile, potente, smisurato, sgraziato, o leggero a seconda della visuale. La composizione lineare dei quattro elementi, sparsi su oltre un chilometro, si arricchisce delle combinazioni e relazioni tra le singole steli, che danzano e si sovrappongono in un gioco di rimandi e sfalsate analogie.





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HENRI MATISSE … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
 
Henri Matisse , pittore francese, è il rappresentante più noto del fauvismo. Il movimento dei Fauves è il contributo francese alla nascita dell’espressionismo. Ma, rispetto agli analoghi movimenti tedeschi, connotati da atmosfere fosche e contenuti drammatici, il fauvismo rappresenta una variante «mediterranea» e solare dell’espressionismo. La vivezza coloristica, che è il vero tratto caratteristico di questo movimento, esprime un’autentica «gioia di vivere» che resterà costante in tutta la produzione di Matisse. Il gruppo dei Fauves, pur non essendo un movimento organico, si riconosceva in alcune comuni convinzioni: soprattutto, il dipinto deve comporsi unicamente di colore. Senza ricercare la verosimiglianza con la natura, il colore deve nascere dal proprio sentire interiore. Il colore viene quindi svincolato dalla realtà che rappresenta ma esprime le sensazioni che l’artista prova di fronte all’oggetto che riproduce. Il fauvismo rappresenta la prima vera rottura con l’impressionismo ed è la prima esperienza moderna che svincola il rapporto tra colore reale delle cose e colore impiegato per la loro rappresentazione pittorica. I presupposti per queste scelte derivarono dalla conoscenza della pittura di Cezanne, Van Gogh e Gauguin. Da Cezanne presero l’idea della scomposizione e ricomposizione non prospettica delle forme, e da Van Gogh e Gauguin l’uso del colore come autonoma espressione interiore. Henri Matisse iniziò la sua attività di pittore a Parigi intorno al 1890. Studiò presso il pittore simbolista Gustave Moreau e presso l’École des Beaux-arts di Parigi. In questi anni conobbe Albert Marquet, André Derain e Maurice de Vlaminck. Dalla loro amicizia nacque il gruppo dei Fauves. La loro prima comparsa pubblica avvenne nel 1905 al Salon d’Automne. Lo stile di Matisse già si definisce in questa fase della sua attività. I suoi quadri sono tutti risolti sul piano della bidimensionalità, sacrificando al colore sia la tridimensionalità, sia la definizione dei dettagli. L’uso del colore in Matisse è quanto di più intenso è vivace si sia mai visto in pittura. Usa colori primari stesi con forza e senza alcuna stemperatura tonale. Ad essi accosta i colori complementari con l’evidente intento di rafforzarne il contrasto timbrico. Ne risulta un insieme molto vivace con un evidente gusto per la decoratività. La sua attività pittorica si svolse per decenni, nel suo quieto ambiente familiare, lontano dai clamori della vita mondana. Svolse la sua ricerca portando il suo stile ad un affinamento progressivo fino a farlo giungere, in tarda età, alle soglie dell’astrattismo. Ma senza mai perdere il gusto per la forza espressiva del colore.





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GIOVANNA BASILE… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

La scultura di Giovanna Basile è intima, è un racconto, perché nasce dall’attività di psicologa dell’artista bolognese. Per lavoro ma anche per piacere Basile ascolta le storie di donne e di uomini. Poi le rappresenta, prima nella sua mente e poi nell’arte. I suoi corpi nudi sono il modo di cercare una risposta materiale, manuale, materica, alle domande che quotidianamente restano nella mente. i  “Frattali intimi” di Giovanna Basile. Sculture, prevalentemente di corpi femminili, nudi, rivestiti di colori allo scopo di incontrare sguardi, altri rispetto a quelli di chi quei corpi ha creato.





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JOAN MIRÓ … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Nelle opere di Miró si sente il profumo del Mediterraneo, la sua energia, il suo potente silenzio. Nelle sue tele, l’artista catalano ritrae la potenza della natura selvaggia e luminosa di luoghi a lui cari come l’isola di Maiorca  o la campagna catalana, grazie all’impiego di colori decisi e a uno stile creativo che diventa incontro fisico con la tela o con il materiale da forgiare. Per il poeta Jacques Prévert,  Joan Mirò (1893 - 1983) è “un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni”. Una splendida descrizione che evidenzia alcune caratteristiche dell’artista spagnolo: la semplicità, la curiosità e l’incredibile estro creativo, che l’hanno reso uno dei più ferventi esponenti del surrealismo. Grande sperimentatori e artista eclettico, Miró usa ogni tipo di materiale come base per i suoi lavori: tele, cartoni, masonite, pezzi di ferro… tutto ha dignità per divenire opera d’arte. La sua creatività non si esprime solo attraverso la tecnica del dipinto ma anche per mezzo di collage, sculture, monumenti, litografie, ceramiche, scenografie, arazzi ecc.  “Sono le cose più semplici a darmi delle idee. Un piatto in cui il contadino mangia la sua minestra, l’amo molto più dei piatti ridicolmente preziosi dei ricchi”  






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… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Markus Reugels, fotografo tedesco che si è dedicato particolarmente alla fotografia ad alta velocità delle piccole gocce d’acqua in grado di creare e modellare interessantissime sculture astratte. Il progetto “Liquid Splasches” raccoglie infatti, molte fotografie di questo genere con una ricerca sempre nuova di forme e colori affascinanti.






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LEONARDO… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Non sappiamo nulla di questo artista. O quasi. Conosciamo il nome, Leonardo e questo deve bastare a soddisfare la nostra curiosità circa la sua identità, dal  momento che siamo in possesso “solo” di ciò che è più importante: la sua arte. Leonardo, illustratore e street artist, ai più è conosciuto come Ericailcane. Chi ha avuto la fortuna di intervistarlo, rivolgendogli la fatidica domanda: “Chi sei tu oh misterioso artista?” ha ricevuto una risposta che, all’apparenza, può risultare tutt’altro che chiarificatrice: “Ericailcane è la scimmia sulla spalla, le farfalle nello stomaco, il tarlo nella testa, la pulce nell’orecchio”.  Potrebbe disorientare come risposta ma credo proprio che in essa sia racchiusa tutta la sua poetica. Ciò che occorre fare è osservare, restare in silenzio e aspettare che quegli esseri in cui si identifica l’artista comincino a comunicare con noi. La moltitudine di animali attraverso i quali Ericailcane ama descriversi sono la sua arte, sono ciò che egli ama raffigurare e basta osservarli per accorgersi che hanno più voce di quanta ne possa avere un uomo. Al bestiario fantastico e antropomorfo che egli raffigura non occorre la parola, comunicano con noi silenziosamente e ciò che vogliono trasmetterci  è chiaro ed enigmatico allo stesso tempo. Erica il cane ci induce a riflettere, ponendoci davanti ad una sorta di specchio: quegli animali dalla gestualità umanoide sono cosi bizzarri, inquietanti…eppure così simili a noi. Incosciamente ci rispecchiamo in quelle creature allegoriche e se destano in noi un sentimento perturbante è proprio perché i loro comportamenti sono molto analoghi ai nostri. I ricordi d’infanzia di ognuno di noi sono popolati da animali dalle sembianze umane ma  la dimensione favolistica in cui l’artista ci immerge è ben diversa da quella rassicurante impressa nei nostri ricordi infantili. Tramite la sua arte egli palesa i nostri peggiori incubi; prende le nostre paure, le nostre solitudini e le rappresenta sotto forma di animali, rivelandoci la nostra fragilità. Forse anche noi, come accade a Gregor Samsa, protagonista de La metamorfosi di Franz Kafka, temiamo di svegliarci una mattina e scoprire all’improvviso che ci siamo trasformati in un mostruoso insetto. Uomini o bestie, invincibili o indifesi? Forse siamo sempre stati entrambe le cose.








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RÈMY DONNADIEU… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Un mago di immagine, intrattenitore di luci, Rémy Donnadieu fotografa l'ignoto che è davanti a noi e che noi non vediamo più. Negli ultimi anni, questo artista, ha sviluppato l’aspetto  più onirico creando un universo poetico che ricordano i collage surrealiste di Jacques Prévert. Ogni creazioni è come vedere l'universo di un bambino che sarebbe diventato adulto, la nostra realtà. Sogna di mostrare ciò che il nostro mondo si rifiuta di dire o vedere, cerca di dare tutto ciò che appartiene alla leggerezza dell'essere. Le sue fotografie  sono un promemoria per fantasticare, una ricchezza dell'anima. Nelle sue immagini, in movimento o no, ci tuffano in un universo affascinante, nostalgico, onirico, per sognare; una poesia, una visione diversa e originale attraverso i suoi colori della vita. Egli ci fa andare sul lato opposto delle apparizioni, nel cuore nella parte che si trova tra Dio e il diavolo, probabilmente.






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BRETT KERN… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Brett Kern è artista del West Virginia con una formazione da ceramista ed usa questa sua conoscenza per scolpire figure che ingannano l’osservatore. Si tratta di sculture che ricordano nei colori e nelle forme i gonfiabili tanto cari alla nostra infanzia. Usando lo smalto lucido, una valvola dell’aria e modellando la ceramica ad arte, Kern riesce facilmente ad far credere che ciò che si guarda è solo un palloncino e come lui stesso afferma: “cinema, televisione, giocattoli e giochi hanno dominato il panorama culturale della mia giovinezza. Sono un prodotto di quel periodo di tempo determinato, e mi piace pensare alle mie opere d’arte come a dei fossili che aiuteranno a preservare quei ricordi.”





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SANTIAGO SERRA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Santiago Sierra infastidisce e provoca, inscenando contraddizioni dentro contraddizioni, denunciando le imperfezioni di una società entro la quale siamo tutti condannati a vivere ed a produrre per sopravvivere. E scorrono fiumi di proteste contro le sue azioni, considerate fortemente immorali. Ma farsi promotori di una, seppur sadica, consapevolezza della realtà è un atto amorale? Quanto è scomoda la verità? Quanto è scomoda la verità. Nella sua arte non vengono ricercate micro-utopie atte a migliorare la convivenza tra gli individui,  non vi è la convinzione che l’arte possa in qualche modo trasformare o riparare fratture insiste nella società. La sua arte ci obbliga a togliere le mani dagli occhi e ci induce a riflettere su tematiche ostili e fastidiose. I collaboratori protagonisti delle sue performance, individui le cui vite sono spesso distrutte dal capitalismo, mettono alla prova l’idea che l’arte contemporanea ha di se stessa: ovvero quella di spazio democratico pronto ad accogliere i più disparati elementi sociali e politici. Retribuendo- e qui scoppia lo scandalo- i collaboratori delle sue pratiche artistiche, egli vuole portare il fruitore a riflettere sulle condizioni di una società dell’abuso, all’interno della quale tutto e tutti hanno un prezzo e lo sfruttamento del lavoratore avviene regolarmente. E’ davvero così immorale denunciare le condizioni di lavoro disumane imposte dalla società dominante? Il fine giustifica i mezzi, dicevano. Fastidioso è l’urlo di denuncia di Persons Paid to Have Their Hair Dyed Blond (2001), performance durante la quale vennero pagati e coinvolti esclusivamente venditori ambulanti per farsi tingere i capelli di biondo, in modo da evidenziarne maggiormente la presenza ingombrante. Fastidioso è il senso di disagio, di non-identificazione e di emarginazione dovuto alla constatazione dell’esistenza di esclusioni sociali e giuridiche presenti nelle nostre interazioni sociali, tanto quanto all’interno del sistema dell’arte contemporanea. Ma se la totale soppressione di una riflessione critica, seppur dolorosa e contraddittoria, è tipica dei regimi autoritari, come mai la maggior parte di noi preferirebbe non infastidirsi? Così l’obiettivo di quel Sierra cinico e sgradevole, che si impadronisce degli strumenti propri di situazioni reali come lo sfruttamento, il commercio abusivo, l’immigrazione, diviene palesare le ingiustizie imposte da ciascuna di essi e denunciare l’assenza di quella consapevolezza scomoda, tanto repressa dalla società dominante. Artista immorale o società immorale, di cui egli si fa interprete? E’ scandalosa la volontà di un artista di provocare un disagio intelligente ed una provocazione mai fine a se stessa o è più scandaloso scandalizzarsi davanti ad una scomoda verità?





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ERICA ABELARDO … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Erica Abelardo è un comunicatore visivo, un illustratrice che opera dalle tecniche più tra dizionari del disegno a matita fino a quella più moderna del digital pianting.Grafica pubblicitaria, web design, fotografia analogica/digitale e progettazione relativa al mondo del design di abbigliamento; sono le altre competenze tecnico creative che le appartengono; mentre Sand Art (illustrazioni con sabbia e luce) .La sand art è una particolare tecnica illustrativa, attraverso la manipolazione dei granelli di sabbia con l'uso della luce in unione alla musica. Le immagini create, unicamente dal vivo, sono proiettate simultaneamente su di un grande schermo, così da permettere allo spettatore di vederle durante la loro realizzazione. Le illustrazioni di sabbia sono opere d'arte irripetibili, che si creano e si distruggono mutatando in altre forme di immagini continue. Le mani dell'artista diventano energia plasmata a quella stessa sabbia che si modella all'infinito, creando un atmosfera suggestiva carica di una potenza narrativa rievocativa e romantica; le magia delle sabbie diventano racconti, favole, un viaggio affascinante in divenire.





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ALICIA EGGERT … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

L’esperienza sensoriale del tempo è stata da sempre oggetto di ricerca per l’uomo. Il tempo è qualcosa di così indefinito e inappropriato e nascosto e mistico e crudele e indeterminabile, se non con regole secolari  che ci sforziamo di accettare giornalmente.In che modo l’esperienza inesorabile del tempo, può essere visivamente percepita? L’artista Alicia Eggert ha in qualche modo cercato di rispondere a questa domanda, presentando un’installazione di 30 orologi, che con il movimento delle lancette -appositamente sistemate- rendono visibile l’ “eternità”  ogni 12 ore.





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SUSANNA BAUER … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Per veramente apprezzare la delicatezza delle sculture di foglia di Susanna Bauer,  bisogna pensare di snocciolare una foglia morta in mano, come si disintegra in polvere con il minimo sforzo. Per lavorare con foglie secche e fragili come un mezzo per uncinetto sembra quasi impossibile,  ma  Baur in  qualche  modo  gestisce  con   facilità,  tornitura  lascia cubetti tunnel  e 
motivi geometrici con tecniche che  potrebbero essere più  appropriati per la durata di cuoio. Azioni di lei sul suo processo: c'è un sottile  equilibrio nel  mio lavoro tra  fragilità e forza; let-
teralmente, quando si tratta di tirare un filo sottile attraverso una foglia fragile o sottile pezzoasciutto di legno, ma anche in un contesto più ampio la  tenerezza  e la  tensione nei  rapporti  
umani, il  transitorio  ancora  duratura  bellezza  della natura  che può essere trovato  nel più
piccolo dettaglio, vulnerabilità e resilienza che poteva essere trasferita alla natura nel suo complesso o le storie di esseri individuali.





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LUGI GHIRRI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Osservando le immagini del fotografo reggiano Luigi Ghirri mi torna in mente una frase di Mark Rothko, esponente dell’espressionismo astratto, che recita: “Il silenzio è cosi preciso”. Il silenzio spesso può risultare inquietante, minaccioso o paradossalmente fastidioso e assordante per chi è abituato a vivere tra il caos e i rumori della società contemporanea.  Ma il silenzio nelle opere di Ghirri è un silenzio ordinato, delicato e magico. Egli ha avuto la capacità di immortalare attimi di quiete, immagini in cui il tempo è sospeso, immobile ma coinvolgente: Metafisico. La luce irreale che avvolge i luoghi da lui prescelti dà origine ad un lirismo particolarmente suggestivo, come se stesse mirando a superare i limiti del visibile e del reale, guidandoci oltre l’apparenza di ciò che vediamo. Come precedentemente citato, tutto ciò mi fa pensare alla pittura metafisica, corrente artistica nata a Ferrara nel 1917, il cui portavoce principale fu Giorgio de Chirico. La missione dei metafisici fu quella di ricercare l’essenza intima della realtà, l’assoluto insito negli elementi che ci circondano, allontanandoci dalla loro mera apparenza. Sia le piazze di de Chirico che i paesaggi di Ghirri sono congelati in un istante senza tempo: in entrambi predomina un’assoluta immobilità spazio-temporale. Veniamo travolti da un’attesa indecifrabile ed enigmatica che ci conduce a chiederci : accadrà qualcosa in questi paesaggi immobili? O questi artisti vogliono solo insegnarci a guardare ciò che sta attorno a noi con occhi diversi? Ghirri ci invita a soffermarci su ciò che prima non ritenevamo degno della nostra attenzione, e, miracolosamente, riesce a farci raggiungere quel punto di equilibrio tra la nostra interiorità e ciò che è posto all’esterno, riaprendo cosi le porte del rapporto tra uomo e ambiente (naturale o urbano). Provante a rimanere due minuti con gli occhi fissi su di una delle sue fotografie e capirete di cosa sto parlando.
Buon silenzio.






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COACHELLA VALLEY … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
  

Il Coachella Valley Music and Arts Festival è un week-end a due, tre giorni di musica e arti festival annuale tenutasi presso l'Empire Polo Club di Indio, in California, si trova a Inland Empire Coachella Valley, nel deserto del Colorado. E 'stata fondata da Paul Tollett nel 1999 ed è organizzato da Goldenvoice, una filiale di AEG Live. L'evento offre molti generi di musica, tra cui rock, indie, hip hop e musica dance elettronica, così come installazioni d'arte e sculture. Attraverso i giardini, diverse fasi continuamente ospitano musica dal vivo. Le tappe principali sono: Coachella Palcoscenico, Teatro all'aperto, Gobi Tenda, Mojave tenda, e la tenda Sahara; una cupola più piccola Oasis è stato utilizzato nel 2006 e nel 2011, mentre un nuovo stadio di Yuma è stato introdotto nel 2013. Le origini della festa risalgono al concerto 1993 Pearl Jam eseguita a Empire Polo Club, mentre il boicottaggio luoghi controllati da Ticketmaster. Lo spettacolo ha convalidato la redditività del sito per ospitare grandi eventi, che porta al Coachella Festival inaugurale che si terrà nell'ottobre 1999 in due giorni. Dopo nessun evento si è svolto nel 2000, il festival è tornato su base annua inizio nell'aprile del 2001 come un evento singolo giorno. Nel 2002, il festival è ritornato in un formato di due giorni. Coachella è stato esteso a un terzo giorno, nel 2007 e, infine, un secondo fine settimana nel 2012. Gli organizzatori ha cominciato permettendo spettatori al campo per i motivi, nel 2003, una delle numerose espansioni e aggiunte di servizi che sono stati fatti nella storia del festival. Coachella presenta artisti famosi e affermati musicali, ma anche artisti emergenti e gruppi riuniti. 





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ROA… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Graffiti che danno voce agli animali: l'arte di ROA
Le opere monumentali e struggenti di ROA, uno street artist belga che rappresenta la sofferenza della fauna causata dall'uomo. Graffiti spettacolari che fanno riflettere.Ci sono graffiti ironici, colorati e decorativi che ogni città vorrebbe esporre sui propri muri. E poi ci sono le opere, tanto suggestive quanto spietatamente realistiche di ROA, un artista belga noto per i murales ispirati al tema della sofferenza animale. Gli edifici decadenti e abbandonati di tutto il mondo si trasformano in gabbie di cemento su cui ROA disegna narvali, giraffe, orsi, uccelli, tassi, lumache, leoni marini, in una situazione di disagio: semplicemente privati della libertà ma spesso anche impigliati nelle reti, in posizioni innaturali, affamati o morti.






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ANNA GILLESPIE … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Quest’artista che vive nel Regno Unito realizza le sue opere usando elementi naturali come ghiande, gusci e foglie secche. Spesso ama ricreare ambientazioni naturali con bronzo e pietra. Il lavoro principale di Anna Gillespie è nella ricerca della materia prima, che presuppone una lunga e meticolosa selezione dei materiali. 






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RAINER … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


L’autoritratto è un importante strumento di autoanalisi e si pone metaforicamente come specchio dello stato d’animo personale dell’esecutore. Gli autoritratti che amo di più in assoluto sono quelli eseguiti da Arnulf Rainer, il quale si pone davanti all’obiettivo fotografico come davanti ad uno specchio, per prendere coscienza delle possibilità espressive del proprio corpo. Rainer raffigura il proprio volto contratto in smorfie, catalogando una serie di forzature mimiche ed espressive. L’obiettivo non è esclusivamente quello di sperimentare nuove possibilità artistiche ma, in particolare, di esplorare quelle della propria mimica facciale e corporea, inoltrandosi in una profonda indagine del proprio essere ed esistere. L’artista austriaco iniziò ad usare la cabina per fototessere nelle sue performance e tra il 1968 e il 1969 realizzò le Automatenphoto. Egli vide la cabina come luogo perfetto per le prove anatomiche di esistenza e corporeità, di spietata analisi del sé e delle proprie smorfie. Le fototessere sono quindi per Rainer parte costitutiva delle proprie performance facciali, sempre però in tensione continua tra la volontà di fermare un gesto o una smorfia significativi e l’implacabilità della macchina che, proprio perché automatica, sceglie da sola il momento dello scatto e presenta immagini troppo rigide. Ciò lo condurrà all’integrazione delle fotografie con pennellate di gusto espressionista, nel tentativo di correggere l’eccessiva staticità. Interviene su queste fotografie rapidamente: tocca, graffia, colpisce, lasciandosi guidare dall’impressione suggestiva della figura senza controllo consapevole. Le violente sciabolate di colore accentuano il dinamismo e la tensione, come se volesse ferire la rigidità del proprio volto. Le rielaborazioni grafiche attuate sulle sue immagini sono quindi una prosecuzione dei maltrattamenti a cui Rainer si sottopone davanti alla macchina fotografica: fa boccacce, sembra che si strangoli, che si metta catene e si torturi. La ferita può però essere intesa in termini positivi: come apertura, via di fuga e passaggio dalla dimensione interiore a quella esteriore e quindi come reazione ad un malessere interiore. In Rainer ha quindi luogo una distruzione dell’immagine riconducibile ad un proposito creativo: le smorfie, aggredite dai brutali segni del pennello, diventano luogo di ricerca della libertà interiore, annullamento dello stato d’angoscia ed oggettivazione catartica di un trauma interno che conduce l’artista ad autorappresentarsi.





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PETER CRAWLEY… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Peter Crawley è un product designer britannico che usa ago e filo per creare stupefacenti disegni. La carta  viene usata come supporto su cui viene semplicemente "cucito" il soggetto da ritrarre. L'effetto complessivo ricorda il disegno vettoriale.Crawley afferma di aver avuto l'ispirazione per creare questo tipo di arte dopo un viaggio negli Stati Uniti. Tuttavia, non sappiamo cosa l'abbia specificamente ispirato a usare ago e filo. Peter ha studiato e continua a lavorare nel campo del product design. Le illustrazioni sono create a mano penetrando vari stock di carta con uno spillo e poi cucisce la carta con un filo di ago e cotone.  Le illustrazioni sono state utilizzate commercialmente da marchi leader mondiali, pubblicazioni e illustrazioni sono tenuti in collezioni private nel Regno Unito, Europa e Nord America.





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RIVISTA AZIMUTH… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Nelle osservazioni celesti, l'azimut (o azimuth, in inglese) è l'angolo formato dal piano verticale passante per un astro con il piano meridiano del luogo d'osservazione. Il termine deriva dall'arabo as-sûmut, plurale di as-samt, ovvero le vie diritte, la via diritta. E Azimuth è anche la fulminea e aguzza esperienza, durata dal settembre 1959 al luglio 1960, della galleria milanese Azimut e della rivista Azimuth, fondate da Enrico Castellani (nato nel Rodigino nel 1930) e Piero Manzoni (1933-1963). La rivista, la cui copertina e la linea grafica sono di Cecco Re, aveva un forte connotato teorico sull'arte e pubblicò testi di intellettuali e critici come Gillo DorflesGuido BalloVincenzo Agnetti e Bruno Alfieri; opere di artisti come Jasper JohnsRobert RauschenbergYves KleinJean TinguelyLucio FontanaAgostino Bonalumi e poesie di Edoardo SanguinetiNanni BalestriniElio PagliaraniLeo Paolazzi ed altri. Sempre nello stesso anno esce il numero 2 della rivista con pubblicato i testi "Continuità e nuovo" di Enrico Castellani, "Libera dimensione di Piero Manzoni, "Una nuova concezione di pittura" di Udo Kultermann e "L'oscurità e la luce" di Otto Piene, proposti in lingua italiana, inglese e francese. Un anno concentrato di avanguardia italiana, rivissuto al microscopio. La ricostruzione, anche ambientale, di una corrente e di un sentire estetico, destinati a riverberarsi negli anni successivi e a segnare il contemporaneo. Non solo italiano. Questa esperienza carsica, lontana dalla cultura dominante alla fine degli anni Cinquanta, è nata dal Big Bang delle neoavanguardie europee. Azimuth ha segnato uno strappo senza compromessi con le tendenze dell’epoca e con la poetica italiana del Dopoguerra: cioè impegno, politica, realismo, ideologia. Prendiamo i monocromi di Castellani,  griglie geometriche con rientranze e rilievi. La tela è sul punto di essere strappata e bucata da un momento all’altro, la tela è una costrizione. Piero Manzoni, un percorso interrotto prematuramente, si riallaccia invece alla tradizione del Dada, con la sua eredità ironica e oggettuale.  Il pubblico passivo, in precedenza tenuto a rispettabile distanza, dal punto di vista sia fisico che emotivo, dal dipinto sulla parete, è ora partecipe e attore del processo creativo dell’immagine. La camicia di forza dell’autore è sostituita dalla neutralizzazione del contenuto e dalla libera percezione. Questo insegnamento sembra essere stato assimilato dal movimento, che ovviamente ha eletto come padre Lucio Fontana, i cui tagli hanno spazzato e spezzato gli stili tradizionali per riflette sull’esercizio delle pratiche dell’arte sparisce l’idea romantica dell’artista, al mito subentra quello della spersonalizzazione. L’interpretazione viene consegnata a chi osserva l’opera.






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AGOSTINO BONALUMI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Agostino Bonalumi il maestro visionario della tela "in 3D «Se l'arte dice l'indicibile, io sto parlando del luogo dove è detto l'indicibile, che tale rimane». Fu questo uno degli assiomi lapidari con cui Agostino Bonalumi, uno dei maggiori astrattisti del Novecento, osò definire la sua «rivoluzione». La rivoluzione iniziò attraverso la pittura monocroma e l'utilizzo di supporti che trasformarono la tela in un'esperienza tridimensionale e mutabile con la luce. Bonalumi iniziò un lungo e appassionante viaggio nelle infinite possibilità spaziali fornite dall'estroflessione del quadro, mediante l'utilizzo di chiodi e centine o di sagome di legno e metalli inserite dietro la tela. Agli occhi del pubblico si offrì l'esperienza di un'arte «tattile» in bilico tra pittura e scultura che, inedita in Europa, dialogava con percorsi similari negli Stati Uniti, quello delle «shaped canvas».  Inguaribile dandy, sempre impeccabile nelle sue giacche di taglio inglese, Bonalumi perseguì con successo nei seguenti decenni la sua religione di un'arte «indicibile» che definisce, per usare un'espressione del maestro Fontana, «la dimensione cosmica della realtà». Con la differenza che se Fontana tagliava la tela per liberare l'arte e farla volteggiare nello spazio, Bonalumi la spingeva verso l'alto, verso l'infinito.Nella lunga carriera, l'artista di Vimercate ebbe il privilegio di esporre in una sala personale alla Biennale di Venezia del 1970, prendendovi parte anche negli anni 1966 e 1986. Poi, laddove l'arte era indicibile, c'erano i suoi versi, quelli pubblicati nei sei libri di poesia scritti tra il 2000 e il 2010.






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ENRICO CASTELLANI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Al nero succederà poi il bianco con i suoi giochi di ombre e luci e la ripetizione seriale di ritmi compositivi. “Il bianco per me non è un colore, ma la sua assenza. Serio, riflessivo e composto, Enrico Castellani, nato a Castelmassa nel 1930,  uno dei grandi animatori dell'arte italiana negli anni sessanta. Sostenevano l'azzeramento dell'arte e della tradizione, usando gli stessi mezzi attraverso i quali si era espressa la pittura fino a quel momento: la tela, il pennello e il colore, ridotti ai minimi termini. Castellani usa la tela monocroma, il più delle volte bianca, e la tende su punte che la modellano dal retro. La superficie tridimensionale diventa, così, superficie percettibile. Enrico Castellani voleva che le sue opere fossero "indiscutibili", non interpretabili, addirittura impersonali.  Niente denuncia la presenza di una mano o una mente, di un gusto o di una tendenza: la tela è un oggetto, diviso idealmente in parti uguali e simmetriche, attraverso un reticolo regolare, un calcolo matematico.





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VINCENZO AGNETTI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


“Quello che ho fatto, pensato e ascoltato l’ho dimenticato a memoria: è questo il primo documento autentico” È del 1969 la prima versione di Libro dimenticato a memoria, forse una delle opere più conosciute e paradigmatiche di Vincenzo Agnetti (1926-1981). Il grande volume (70 x 50 cm) è corredato da eleganti nastri segna pagina e da una garbata copertina di tela che ricorda uno di quei vecchi diari di bordo, dove il capitano ogni giorno annotava scrupolosamente la rotta, ma anche le impressioni, le suggestioni e i pensieri di un viaggio periglioso e affascinante. Le pagine di Agnetti, invece, sono completamente bianche, o meglio, lo spazio abituale della scrittura è stato rimosso con un’implacabile fustellatura che ha ridotto i fogli a cornice di un vuoto assoluto e perentorio. Eppure, è proprio in quel vuoto che sta il senso del messaggio: non è censura, ma profondità infinita; non è assenza ma eloquente pensiero, luogo ideale, estensione dove tutto è possibile perché immaginabile e… dimenticabile. Un ossimoro, “dimenticare a memoria”, che Agnetti accetta come verità, nonostante la contraddizione, perché la vita stessa non è sempre una sequenza di certezze, ma è capace di paradossi, di cose inconciliabili e contrapposte e perché per andare avanti è necessario sia ricordare che dimenticare poiché, per dirla con Agnetti, “la cultura è l’apprendimento del dimenticare”. Quindi, come accade nelle pagine dell’esistenza singola e collettiva, la forza del racconto sta proprio nella sua capacità di svolgersi e di cancellarsi (per sempre o per un attimo) e ognuno ha la possibilità virtuale di riempire quel tenebroso e misterioso rettangolo di quello che vuole: immagini, pensieri, parole, ricordi, segni oppure… di nulla. La vita e la storia sono viste dall’artista non più come sequenze cronologiche di attimi e di fatti, ma come cicliche alternanze (o sovrapposizioni) di ricordi e di amnesie, di presente e di passato, di pensiero e di sogno. E alla luce di ciò, l’arte stessa è intesa non più come mera rappresentazione, ma come territorio dove conoscenza e smemoratezza vanno di pari passo. Agnetti non usa il segno, ma la parola e il simbolo per affidare al pensiero di chi legge lo sviluppo e il senso di quanto l’artista ha scritto e immaginato. Tuttavia, chi legge si ritrova imprigionato in una sorta di cortocircuito mnemonico, a un collasso verbale che, come un cerchio, si chiude per ricondurlo all’origine, in un perpetuo e inarrestabile desiderio di trovare e perdere, di dire e negare. Così, se l’oblio e la memoria sono due dei paradigmi più interessanti dell’amletica visione di Agnetti, gli altri non sono da meno: i codici del linguaggio e del pensiero, il paradosso, la regola, il caso, il tempo, l’assurdo.





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KLEIN YVES … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Yves Klein nasce a Nizza nel 1928 da genitori pittori. Questo fatto sospinge a pensare di “aver assorbito l’arte del dipingere dal latte materno” e ad essere certo di avere un destino di artista.Inizia a dipingere da giovanissimo, tele monocrome, rosse, arancioni, gialle, pensa infatti che ogni sentimento possa essere espresso da un unico colore. Klein , artista autodidatta, iniziò i suoi studi a Tokyo, dove familiarizzò con lo Judo e la filosofia Zen presso l’istituto Kodokan. Il suo interesse per le religioni orientali e la mistica cristiana influirà sulle sue opere legate alla ricerca della realtà spirituale e immateriale. Nel 1955 cominciò i suoi primi monocromi e nel 1960 fondò assieme a Pierre Restany il gruppo Les  NouveauxRealistesKlein utilizzò il corpo umano come mezzo d’espressione artistica per esplorare, attraverso le azioni corporali, il rapporto dell’arte con il vuoto e l’immaterialità. I corpi delle modelle, impregnati di colori, si trasformano in pennelli viventi che appoggiandosi sulla tela durante una coreografia rituale, vi lasciano stampate le loro impronte. L’azione si svolge in presenza del pubblico secondo una accurata messa in scena: le modelle si strusciano contro i fogli collocati su pareti e pavimento mentre i musicisti interpretano un brano composto da Klein, ovvero una sola nota ripetuta in cicli di venti minuti, seguita da venti minuti di silenzio. L’azione è teatro, Performance e happening, benché alla fine il risultato sia un dipinto. Klein utilizzò i colori come metafore spirituali, specialmente il blu oltremare , un pigmento che fabbricò egli stesso e che battezzò con il nome di IKB , InternationalKlein Blue. Lavora su questo colore per mesi e mesi con la collaborazione di un amico chimico fino a che ottiene una tonalità intensa e luminosa che egli considera l’espressione perfetta del blu. I suoi monocromi suggeriscono uno spazio vasto e infinito, associato a quanto vi possa essere di più astratto e distante dalla natura visibile. Klein creò dei calchi in gesso che dipinse di blu e talvolta collocò su di uno sfondo dorato per sottolineare il distacco delle sue opere dal mondo della realtà e della concretezza.
Che cos’è il blu? Il blu invisibile che diventa visibile…il blu non ha dimensioni. Quando ero ragazzo feci un sogno in cui firmavo il confine della volta celeste. Yves Klein






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PIERO MANZONI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Chi non conosce Merda d’artista di Piero Manzoni? “Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961”. Si tratta dell’opera più famosa dell’artista. Si chiamano proprio così quelle scatole chiuse, piccole e numerate da 1 a 90 con tanto di etichetta (in italiano, francese e tedesco) e dal contenuto non verificabile per non distruggere l’opera d’arte. Oltre a Merda d’artista che Manzoni avrebbe voluto vendere a un prezzo pari a 30 grammi d’oro in quanto la sensibilità dell’artista dovrebbe essere pagata a peso d’oro, come non ricordare Achrome (Incolore)? Una serie di opere realizzate tra il 1957 e il 1963 studiate sulla base dell’assenza del colore quasi a testimoniare la loro inutilità attraverso il colore bianco e, alcune di queste, oggi sono conservate a Milano nel Museo del Novecento nella sezione a lui dedicata. L’atteggiamento emotivo che caratterizza la produzione di Piero Manzoni è quello di criticare la figura dell’artista in quanto, secondo lui, è ‘sopravvalutato’ dal pubblico; attraverso l’arte vuole esprimere la parte più intima dell’autore prendendosi gioco di lui e contrastare così, il ‘mito dell’opera’ che invece vive il collezionista. Manzoni è l’artista dell’avanguardia del XX secolo che per sette anni ha fatto della sua arte, una provocazione per la società che muoveva i primi passi verso il cambiamento grazie al progresso economico postbellico italiano. L’esordio artistico avviene nella sua città natale nel 1956 a Soncino, nei pressi di Cremona, con una mostra di arte contemporanea. Formatosi all’Accademia di Brera, Manzoni frequenta la vita milanese dove conosce Lucio Fontana, Yves Klein e Vincenzo Agnetti, personalità importanti che definiranno poi il suo percorso artistico. Nel 1959, assieme al collega Enrico Castellani fondano Azimuth, una rivista di arte (due le pubblicazioni, nel 1959 e nel 1960) e nel 1959, con lo stesso nome senza ‘h’, inaugurano a Milano una galleria d’arte dove realizzano 12 mostre con le loro opere. Ed è qui che Manzoni lancia l’ennesima provocazione: nel 1960 presenta la sua performance più discussa, Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte. “Siete invitati il 21 luglio alle 19, a visitare e collaborare direttamente alla consumazione dei lavori di Piero Manzoni”. Così recita l’invito con cui invitava il pubblico a ‘divorare l’arte’, cioè a mangiare uova sode che aveva firmato con l’impronta del suo pollice destro. È con Sculture viventi che Manzoni matura un forte ego artistico e che gli porta a definire opere d’arte alcune persone vive rilasciando loro, anche un certificato firmato di suo pugno. Umberto Eco figura tra le sue ‘opere’. L’arte di Piero Manzoni non ha avuto una lunga durata, ma ai suoi posteri ha insegnato molto attraverso la pittura, gli scritti e le performance. Come tutti gli artisti, o quasi, ha saputo rappresentare in modo originale la realtà del suo tempo, osservandola con occhi diversi e scuotendo gli animi del suo pubblico verso la curiosità e la creatività a volte eccessiva, attraverso la provocazione. Amante dei viaggi, in particolare in Danimarca dove pianificava i suoi lavori, Piero Manzoni sarà sempre ricordato per l’opera per antonomasia, Merda d’artista, una scatola dal diametro di 5 x 6,5 cm il cui vero contenuto forse non sarà mai rivelato al mondo.







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LUCIO FONTANA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Nel 1949 esce il Primo manifesto dello spazialismo. Lucio Fontana, teorico e massimo esponente del movimento artistico italiano, invoca un cambiamento nell’essenza e nella forma dell’arte, il superamento della pittura, della scultura, della poesia. Poco dopo realizza i primi fori nelle tele. È a un passo dai famosi tagli, che compaiono nel 1957 e trovano la propria compiutezza in una serie di opere intitolate “Concetto spaziale. Attese”. Sono opere caratterizzate da un unico taglio o da una serie di tagli verticali, netti, decisi, con cui l’artista incide la tela monocroma. È un gesto perentorio. A Fontana interessa il segno gestuale sulla superficie e il suo valore grafico. “Conta l’idea, basta un taglio”. 







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DAN  CRETU… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

La food art è una delle tendenze di maggiore successo nell’arte contemporanea: si tratta di utilizzare il cibo come materiale scultoreo per la creazione di composizioni artistiche. Tra gli esponenti maggiori di quest’arte troviamo: Dan Cretu, visual Artist che vive e lavora a Bucarest, in Romania.I colori e la brillantezza della verdura, grazie alle mani di Dan Cretu acquistano nuove forme e nuove vite, diventando maestose ed impressionanti sculture. Plasmate dalle mani creative dell’artista, le arance diventano una bici e un paio di scarpe, i peperoni dei tubetti di colori, pomodori e zucchine una macchina fotografica. L’arte di Cretu è la dimostrazione di come qualsiasi oggetto, in questo caso il cibo, si possa trasformare con l’ausilio della fantasia in qualcosa di completamente nuovo. Dan, dopo aver scelto gli oggetti che gli piacciono di più, li scolpisce conferendo la forma desiderata. Infine li fotografa, in un tempo massimo di quattro ore dopo la loro realizzazione per evitarne il deperimento. Così facendo Cretu consegna la sua arte all’eternità, realizzando delle singolari e simpatiche stampe con le quali poter decorare le pareti. Cretu sarà uno tra gli artisti presenti a Expo Milano 2015





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ROTHKO CHAPEL … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Esiste nel mondo un luogo la cui spiritualità sia consona a qualsiasi credo?  Esiste. Si trova negli Stati Uniti, a Houston, ed è una piccola cappella che, seppur consacrata alla religione cattolica, è un posto dove qualsiasi credente a qualsiasi dio, può sentirsi bene.  Dal 2011 è iscritta nel registro nazionale dei luoghi storici del Texas ed è segnalata dal National Geographic come uno dei primi dieci posti più dispensatori di pace dell’intero globo. Che cosa la rende così straordinariamente e universalmente mistica?  Innanzi tutto la sobrietà dell’architettura e della decorazione interna, caratterizzate entrambe da un minimalismo formale che supera la pochezza francescana, e poi l’assenza di qualsiasi immagine sacra che potrebbe indirizzare verso una religione o l’altra.  Ne decisero la costruzione i collezionisti Dominique e John de Menil dopo aver visitato lo studio newyorkese di Mark Rothko ed esser rimasti impressionati dai dipinti, quasi m. 3 x 3, che il pittore russo stava realizzando per il ristorante Four Seasons, uno dei quali è stato sfregiato con una scritta nera  alla Tate Modern di Londra.  Agli inizi del 1965 i coniugi texani commissionarono a Rothko alcuni grandi quadri per la cappella che volevano farsi costruire nei pressi della St. Thomas Catholic University di Houston, dove Dominique insegnava alla facoltà d’arte. Rothko scelse una pianta ottagonale che evocava gli antichi battisteri, il cui spazio circolare avrebbe fatto in modo che il visitatore fosse circondato dai dipinti; nessuna finestra alle pareti, la luce doveva cadere dall’alto ed essere schermata da teli, posarsi cauta sugli oli di giorno e sparire di notte.  Per quasi tre anni si dedicò a questo progetto che riteneva il suo più importante messaggio artistico e arrivò a innalzare nel suo immenso studio alto 15 m. e che riceveva anch’esso luce dall’alto, un’impalcatura con le esatte dimensioni della cappella. Complessivamente realizzò tre trittici e cinque quadri singoli, per tutti scelse colori cupi, il nero opaco, il marrone, il viola scuro, solo un pannello mostra una zona rossa, il momento cromatico più vistoso dell’intero ciclo.  Entrare nella Rothko Chapel è un’esperienza forte.  E, in verità, non è per tutti. Alcuni vi entrano e vi fuggono in fretta perché quel silenzio e pace che elargisce è troppo stridente con il loro inquieto stato d’animo, altri vi percepiscono un’atmosfera tombale, altri uno stato depressivo firmato sulle pareti.  Per la maggior parte della gente è invece un’esperienza meditativa: c’è chi si siede e si lascia inondare di quiete, chi riesce a instaurare un dialogo con le presenze mute dei vuoti dipinti, chi rimane frastornato da una pittura quasi roteante quanto un ballo di Dervisci, seppur immota.  E c’è chi piange, perchè la pittura di Rothko è spesso commovente e sempre emozionale, sia per le dilatate dimensioni capaci di risucchiare quasi fisicamente l’osservatore, sia per le campiture di colore che seppur monocrome, hanno la leggera consistenza di nuvole colorate.  All’interno della cappella di Houston sono collocati a disposizione del pubblico i testi sacri delle maggiori religioni del mondo a sottolineare quanto questo luogo sia scevro da razzismi, da pregiudizi e quanto auspichi e suggerisca il superamento delle diversità razziali e religiose.  All’inaugurazione, avvenuta nel 1971 giusto un anno dopo il suicidio di Rothko, parteciparono le principali cariche della chiesa cattolica, ebrea, buddista, musulmana, protestante e greco-ortodossa. Per desiderio dei committenti fu chiamata Rothko Chapel.





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RICHARD HUTTEN … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Richard Hutten è un designer di fama internazionale olandese con una laurea in Industrial Design alla Design Academy di Eindhoven. Hutten è una parte importante di una generazione molto influente di designer emersi in Olanda nel corso del 1990 e poi. Nel 1991 Hutten iniziato il suo proprio studio di design, lavorando su una serie di progetti con mobili, di prodotto, interni e design espositivo. Hutten è conosciuto per il suo approccio sottile e giocosa di design che egli è noto per aver catturato nella frase moneta "No Sign of Design". Richard Hutten ha già lavorato con Donna Karan New York, Karl Lagerfeld e il Royal Court olandese. Il suo lavoro fa parte delle collezioni permanenti di, tra gli altri, Centraal Museum Utrecht, Vitra Museum di Weil am Rhein e San Francisco Museum of Modern Art.






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DANIEL SPOERRI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Daniel Spoerri è decisamente tra i rappresentati più originali del Nouveau Réalisme e il suo approccio con l'arte visiva è passato attraverso altri tipi di linguaggi artistici come la danza, il mimo e il teatro. Poeta e scrittore, ha aderito a Fluxus ed ha passato gran parte della sua vita viaggiando come un autentico esploratore: "Vorrei che si dicesse di me che ho unificato in una vita, la mia, e molte vite diverse". Capace di guardare la realtà da punti di vista inediti, libero da preconcetti e dissacratorio nella poetica esercitata, i coloratissimi assemblaggi di oggetti pescati nei mercati o nelle discariche e il grande talento di mettere in scena situazioni, lo fanno perfettamente aderire a ciò che teorizzo Pierre Restany, che scrisse: "Questi nuovi realisti considerano il mondo come un quadro, la grande opera fondamentale di cui si appropriano certi frammenti dotati di significato universale. Ci mostrano il reale negli aspetti diversi della sua totalità espressiva". I quadri-trappola di Daniel Spoerri vengono mostrati per la prima volta al Festival d’Art d’Avant-garde, Porte de Versailles, Parigi. Del 1963 è la mostra "723 utensiles de cuisine" alla Galerie J trasformata alla sera in ristorante: di ogni cena vengono realizzati dei Menù-pièges formati dai resti lasciati sui tavoli dai commensali.






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CRYSTAL MOREY… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE




Sono cresciuta in Nevada City, California, figlia di due hippy avventurosi e amorevole. Mio padre aveva un piccolo negozio di pietre chiamato la "Crystal Arcobaleno Rock Shop" nel cuore del Nevada City, dove ho trascorso gran parte dei miei primi anni. Ha fornito il negozio viaggiando il raduno mondiale e minerario per le belle gemme, minerali e cristalli. Mia madre era interessata agli alimenti naturali e integratori a base di erbe.  Essendo figlia di genitori amante della natura mi hanno portato a vivere molti aspetti interessanti della vita e, soprattutto hanno contribuito a plasmare le mie opinioni e le relazioni con gli animali, le persone e l'ambiente intorno a me. "Mi piace esplorare le idee di interazione umana con l'ambiente naturale," dice, "e Oakland è un meraviglioso esempio di adattamento umano e ingegnosità nel tempo". 




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DAVID GILLIVER … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Colore, colore che sembra esplodere in un istante, luci che illuminano la notte, luoghi in cui la magia ed il mistero evocano emozioni nascoste, sono le bellissime immagini del fotografo ed artista David Gilliver, che ha realizzato una serie fotografica in cui protagonisti sono nastri fluorescenti, sfere e led. Sembrano veri e propri dipinti di luce, in cui castelli, vecchie giostre abbandonate e spiagge, riprendono vita dal silenzio della notte e di lunghi anni passati, quasi catapultati in un’altra realtà. La sua tecnica del tutto originale, consiste semplicemente nell’impiego di macchine fotografiche a lunga esposizione e speciali strumenti su cui l’artista fissa i led facendoli girare in tondo, plasmando così l’effetto ottico reso nell’immagine. Luoghi che emergono così dal silenzio, vengono accesi da passerelle arcobaleno caratterizzate da colori chiari, creando atmosfere futuristiche che si uniscono ad ambienti che riportano la mente al passato. Gli scenari appaiono così come surreali paesaggi, in cui sparisce ogni costrizione spazio/temporale. Utilizzando scatti a lunga esposizione ed un uso sapiente delle luci al neon, il fotografo David Gilliver realizza così paesaggi virtuali, mondi paralleli quasi da videogames. La tecnica definita light painting, gli permette di cogliere il movimento di punti di luce colorati che disegnano lo spazio. Il fotografo scozzese che ha deciso di stabilirsi nelle sperdute channel island tra Francia ed Inghilterra, è riuscito a trovare grazie a quei bellissimi paesaggi naturali, ispirazione e condizioni perfette per le sue immagini. Le foto sono scattate principalmente di notte, con una tecnica a lunga esposizione, e gli effetti di luce sono creati sul posto, utilizzando una o piu fonti luminose che si muovono nello spazio con le quali compaiono le scie luminose. Ancor più belle le sue immagini considerato che non vi è alcun utilizzo di manipolazione digitale e photoshop.






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MAIKO TAKEDA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Ha l'aurea intangibile di un'idea fulminea, l'iridescenza che trafigge lo sguardo. È l'eureka creativa che diventa eleganza. "Atmospheric Reentry", presentata di recente al Royal College, è un nuovo modo di concepire il copricapo femminile, firmato Maiko Takeda. Dimenticate la consistenza del feltro, della plastica o della pelle. L'idea della modista giapponese è quella di mettervi in testa un'atmosfera eterea, un piumaggio sgargiante ma quasi impalpabile, che si schiude come un'arma di attrazione. I colori ricordano infatti la coda di un pavone, che avvolgono il capo dalla fronte alla bocca, fino a scendere a cascata sul petto con silhouette più o meno geometriche. La consistenza è invece quella di un'ispida cresta erettile, fatta di lunghi aculei che evocano il manto di un istrice. Per realizzare la struttura, Maiko ha sviluppato un'architettura sperimentale, per cui ogni spina, stampata a colori su pellicola trasparente, è retta da dischi di acrilico, i quali sono sostenuti a lora volta da una griglia di anelli in argento. Per l'ispirazione, la designer è andata a pescare in un luogo poco scontato: fra le atmosfere futuristiche dell'opera "Einstein on the Beach" di Philipp Glass e Robert Wilson, che hanno pizzicato la fantasia della giovane designer.




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LUCIDA BROWN … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

L'ispirazione di Lucinda proviene dallo spirito e il corpo che abbiamo temporaneamente occupiamo. Sono le qualità interiori di pace e di chiarezza che è più interessati e questo si riflette nei frammenti e le più recenti, Serenity Collezioni. Il giardino è un luogo di serenità,  un luogo dove si può essere in armonia con la natura, osservare la bellezza nel mutare delle stagioni. Migliorare questi spazi esterni è un piacere, come ho sempre desiderato di circondarmi di bei pezzi della mia creazione.






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ROY TYSON … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Roy Tyson è un artista inglese che realizza quadri metropolitani con personaggi in miniatura. Tutto ebbe inizio qualche anno fa, con l’installazione di tre statuine e uno scarabeo imbalsamato su una spiaggia: voleva solo mostrare una scena “familiare” ma il successo dell’installazione lo spinse a sviluppare il progetto e a esplorare il concetto dei “mondi in miniatura” dei suoi personaggi. Tyson ha creato così diverse “scene” metropolitane, dal tono spesso surreale, in cui i piccoli protagonisti interagiscono con i particolari del paesaggio urbano: scalano una grattugia, sparano a una lumaca, usano mozziconi di sigarette come zattere.





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THOMAS ROBSON … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Lo chiamano Arte Remix, e troviamo queste aggiunte arte, creati come "collage" di Thomas Robson , di essere stanziamenti piuttosto mozzafiato. "Thomas Robson utilizza appropriazione dell'arte di confrontarsi con l'estetica e le immagini ricevute criticamente rivalutare in un mondo saturo visivamente, creando un portafoglio contempoary Art Remix di immagini Art Luxe". 




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OSVALDO CAVANDOLI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Di quella Milano industriale, dagli umori artistici intensi e lunari, stilizzati e sobriamente eleganti, la Linea (a partire dal suo nome-manifesto) è una figlia molto tipica. Il segno asciutto, spogliatissimo, ottenuto levando e ancora levando ("cavàndoli", in questo senso, è quasi un gioco di parole, nonché un nomen-omen...), è parente stretto del migliore design milanese. Il tratto di Cavandoli è tipico della sobrietà funzionale ma anche della giocosa fantasia di disegnatori, progettisti, artisti che in quegli anni lavorano in strettissimo contatto con la produzione industriale e le aziende, loro committenti. E da queste vengono sollecitati a fornire un surplus di immagine, una scintilla di qualità che aiuti a rendersi distinguibili, che serva a galleggiare, in pieno boom economico, sull'onda di piena dei consumi di massa. Molti marchi industriali sono ancora in fasce, molte fabbriche sono cattedrali di ferro e fiamme piene di uomini e donne, ma la loro insegna non è ancora accesa nella Broadway dei consumi. La potenza materiale deve diventare comunicazione immateriale, linguaggio, cultura popolare, colpire l'immaginazione, imprimersi nel nuovo paesaggio del benessere. In molti lavorano a questa avventura. La Linea, con il suo incedere perenne (per esistere e per esprimersi ha bisogno di muoversi incessantemente, come la scrittura, da sinistra verso destra), esprime fortemente, e non saprei dire quanto inconsciamente, lo spirito "progressista" della sua epoca. Progressista, ovviamente, non in senso politico, ma in senso economico-industriale: la Linea è un omino in marcia, una marcia incidentata a scopo comico ma una marcia irresistibile. Il tracciato che percorre (e dal quale è formato, stessa sostanza del suo percorso) ricorda la linea mutevole della grafica dei bilanci aziendali, con tanto di discese ardite e di risalite... Ne è, in un certo senso, l'umanizzazione o meglio la "uomizzazione", è la linea astratta dei grafici economici che improvvisamente, per mano del demiurgo Cavandoli, si anima, prende rilievo, assume sembianze umane. Verrebbe da dire che la Linea, vista in questa chiave, è quasi un alter-Fantozzi, la messa a fuoco epico-comica di un minuscolo ingranaggio dell'immane meccanismo industriale che si mette in marcia non si sa per dove, e attraversa baratri e prende batoste, ed è perseguitato da folgori e da sciagure, ma come tutti gli eroi e come tutti i cartoon si rialza sempre, e ricomincia ad andare, andare, andare... Negli spot di Carosello (che allora si chiamavano réclame...), il demiurgo si ritaglia una parte molto chiara e cosciente. La mano di Cavandoli, munita di penna, irrompe nel video, come gli déi nei poemi epici, quando la Linea è in difficoltà, e per superare un ostacolo, o riaversi da una catastrofe, invoca l'aiuto del suo protettore. È quasi una parodia michelangiolesca, con la mano (in carne e ossa) che appare e con il suo dito magico, la penna, insuffla nuova vita nell'omino. Come un elettroencefalogramma piatto che miracolosamente si rianima, la linea torna ad essere la Linea: si risolleva e si rimette in cammino. 









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PAUL DESOMMA e MARSHA BLAKER … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA 
CORNICE

Paul DeSomma e Marsha Blaker si sono incontrati (e innamorati) al Pilchck Glass School nel 1989. Nel 2001, dopo essersi sposati, hanno aperto il loro studio a Live Oak in California. La coppia è nota a livello internazionale per il loro lavoro su vetro e ceramica con i quali traducono le loro ispirazioni oceaniche nelle sculture che potete vedere nelle immagini che precedono. Negli occhi resta il colore del mare e, una volta chiusi, non rimane che immaginarne il rumore e l’odore.





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ODANI MOTOHIKO … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Se il concetto di scultura è tradizionalmente e per natura connesso a fattori come la ficisità e la fissità nel tempo,   implicando l’uso di materiali pesanti e voluminosi come la pietra o il legno, quello di  Motohiko lo sfida e lo trascende.Col suo corpus di opere realizzate con i materiali più innovativi  e ultraleggeri come l’RFP  (fiber-reinforced plastic) oltre alle materie “semprevive” più disparate (sangue, animali imbalsamati, abiti di capelli intrecciati o in pelliccia di lupo, pistole fatte di denti) l’artista intende esplorare quel territorio sconosciuto, situato fra il fisico e lo spirituale,  il visibile e l’invisibile, , la vita e la morte. Nell’affascinante serie Hollow, Odani tenta di dare forma a quelle forse e fenominiinvisibili ai nostri occhi (phantoms), ma che si ripercuotono fisicamente su di noi in modo incessante, quali la gravità, la fluttuabilità , la pressione,  cosi come i segni della presenza e dell’ energia  generate dai nostri corpi e dalle nostre menti.A questo proposito risultano significative le sculture, intitolate Hollow: Duplex e Hollow: Reversale Cradlein cui Odani, attraverso due figure femminili speculari, oltre ad evocare il fenomeno del Doppelgänger ,  riesce pienamente nel tentativo di rendere la sensazione di un corpo libero dalla gravità, simile ad un’anima che si libera dal corpo.La postura della donna fluttuante allusione all’Ophelia di  Millais suggerisce difatti un riferimento non solo al conflitto con l’Io, ma anche alla realtà ultraterrena.




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 YUICHI IKEHATA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Frammento di Long Term Memory (LTM), una serie fotografica in corso, trasmette un mondo realistico attraverso frammenti di realtà. La mia comprensione della realtaà, dice il Fotografo giapponese Yuichi Ikehata, deriva dai suoi momenti di bellezza, tristezza, divertimento, la perfezione, e quei giorni in cui niente di speciale accade. Molte parti dei nostri ricordi, tuttavia, sono spesso dimenticati, o difficili da ricordare. A recuperare quei momenti frammentati e li ricostruisco come immagini surreali. Raccolgo questi ricordi fuori luogo da alcune parti della nostra realtà, e insieme creano una storia non lineare, in risonanza con l'altro nelle mie fotografie. Scatto paesaggi e autoritratti in cui appaio dipinti di bianco. Io uso anche materiali come parti del corpo e modelli di edifici che faccio io con argilla, filo e carta per rendere questo mondo realistico. Il lavoro mette il pubblico nella posizione ambivalente di non sapere ciò che è reale e ciò che non lo è. La mia arte dimostra che quei due mondi, realtà e finzione, sono molto intimo, e spesso appaiono senza chiara distinzione. La realtà è una chiave per accedere al mondo realistico, e irrealtà è anche una chiave per l'accesso realtà.





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 WILLIAM PYEA SEAHAM … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

L’artista William Pyea Seaham Hall, ha realizzato questa installazione urbana. L'opera si chiama “Charybdis” ed è una bellissima scultura d’acqua ispirata alla voracità del personaggio mitologico di Cariddi, prima ninfa, poi mostro marino, la citazione vuole essere un tributo alla forza devastante della natura. Realizzata in polimero acrilico, la scultura contiene un vero e proprio vortice d’aria che nasce da un costante movimento circolare dell’acqua al suo interno. Un meccanismo semplice che diventa estremamente scenografico!






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VADIM STEIN… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

“Le immagini create da me sono una realtà inventata e non ha nulla in comune con quella che mi circonda” – Vadim Stein – Fotografie mozzafiato al confine tra arte ed erotismo. Raramente ci imbattiamo in foto di artisti come Vadim Stein, alta sensibilità per forma e forte padronanza della messa in scena del corpo nel suo lavoro; la bellezza precede l’etica secondo quella stessa idea, un po’ antica forse, che il bello è anche buono, kalòs kaì agathós. Perché non c’è niente di più bello di un corpo bello.





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JOANA VASCONCELOS … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Artista portoghese Joana Vasconcelos , che ha avvolto animali come vespe, lucertole, serpenti, granchi, aragoste, rane, teste d'asino, di cavalli, lupi e anche i gatti in un pizzo di cotone fatto a mano. Vasconcelos ha ricoperto anche le opere d'arte in ceramica di Rafael Bordalo Pinheiro (1846-1905), uno dei più rinomati artisti portoghesi del 19 ° secolo. Ciascuno dei pezzi è  ambiguamente imprigionato, protetto da una seconda pelle. Al tempo stesso bello e strano, l'opera si pone come una testimonianza della straordinaria maestria dell'artista ma anche come una esagerazione della femminilità materna e domestica. Con l'uso di uncinetto per mummificare gli animali in ceramica si apre un vasto e ricco campo dell'interpretazione, che sfida i nostri preconcetti della femminilità, così come le nostre nozioni di tradizione e modernità. L’artista ha ereditato ed assimilato sia il linguaggio visivo e i temi interpretati da Marcel Duchamp nei suoi “readymade”, sia il consumo di massa esemplificato dall’arte pop di Andy Warhol e Claes Oldenburg e le sovversive, a tratti ironiche voci femministe di Louise Bourgeois e Eva Hesse. Soprattutto, Joana Vasconcelos incorpora nelle sue opere il tradizionale artigianato portoghese, utilizzando per i suoi lavori l’uncinetto, la filigrana e le ceramiche sia come pratiche artistiche che come soggetti storici. L'artista afferma: " Gli artisti fanno quello che hanno sempre fatto. Non mi illudo che oggi l’essenza dell’arte stia subendo una radicale trasformazione. I mezzi, i supporti, i materiali, le forme, perfino il mondo dell’arte attuale sembra radicalmente diverso, ma l’impulso creativo rimane lo stesso, quello che pulsava negli artisti delle grotte di Lascaux. Non avremmo raggiunto gli esiti attuali senza un passato e senza collegare il passato al presente. Il mio lavoro esprime il pulsare di una comune essenza creativa e un incessante dialogo con la creazione artistica che, anche se è stata realizzata in passato, appartiene al presente e al futuro."



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 ANILA QUAYYUM AGHA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE



L’artista pakistana Anila Quayyum Agha immerge l'architettura del Grand rapids art museum di Michigan in un gioco dinamico di ombra e di luce. L’installazione chiamata “ intersection”comprende un cubo di legno da 6,5 ​​metri tagliato a laser, trafitto con motivi artigianali e illuminato dall'interno da una sola lampadina. Il getto di luci e ombre geometriche richiamo i motivi del “pizzo” che vengono rappresentati su pareti, soffitto e pavimento. Il progetto intersections, rispecchia le geometrie presenti negli spazi sacri islamici, e deriva dalle esperienze dagli artisti cresciuti in Pakistan. Il fregio in legno emula il modello dell’Alhambra, che si pone nell'intersezione di storia, cultura ed arte, ed era luogo d’incontro e discussioni islamiche e occidentali, che coesistevano in armonia, come un testamento alla simbiosi di differenza.





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 COLIN CHRISTINA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Un’artista molto nota sul web che dipinge su grandi tele volti di inquietanti ragazze dagli occhi grandi e particolari iperrealistici è  Sas Christian. Anche l’universo artistico di Sas è immerso nel mondo femminile: i suoi ritratti si concentrano sul volto di ragazze e sui loro dettagli fisici. Gli sguardi delle modelle dagli occhi ingigantiti sono mutuati dagli anime e manga giapponesi, ma anche ricordano certe inquietanti fotografie di Diane Arbus. L’effetto, a volte non immediatamente percepibile, è di fascinazione e irrealtà, attrae, ma allo stesso tempo respinge l’occhio di chi guarda. Colin Christin è il marito di Sas e si occupa di scultura: per le sue opere usa silicone e fibra di vetro e i suoi soggetti, sempre intrisi di una forte carica erotica, sono pin up a dimensione reale e animali fantastici ispirati a Lovecraft e alla fantascienza. Colin e Sas, come Ray Caesar, sono di origine inglese: si trasferiscono negli Stati Uniti nel 1992 e fondano una società dove loro stessi disegnano e producono costumi e abbigliamento in latex; in una seconda fase passano a produrre sculture e altre decorazioni per nightclub, ristoranti e negozi specializzati. Solo nel 1999 Sas inizia a dipingere professionalmente prima con l’acrilico e poi con l’olio. Lo stesso fa Colin nel suo campo, abbandonando la scultura commerciale e dedicandosi a tempo pieno a quella artistica.





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ICONE DI STILE… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Capita, quando si è delle icone di stile, di ispirare famosi stilisti, i quali decidono di dedicarti una loro creazione, associando il tuo nome ad una borsa. E’ capitato a Grace Kelly (Hermès), Jane Birkin (Hermès), Lady Diana (Tod’s) e Jackie O (Gucci).





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 THOMAS DOYLE … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Tema ricorrente nelle opere di Thomas Doyle è la classica villetta monofamiliare, punto di riferimento nell'immaginario americano della casa. L'artista crea diorami di piccole dimensioni, racchiusi dentro cupole di vetro, che sembrano offrire una rappresentazione della vita quotidiana di famiglie comuni immerse in un'atmosfera oscura e inquietante, dovuta al contrasto tra una visione idilliaca della vita di periferia e l'attrazione per un immaginario horror e fantastico. L'artista mette in scena situazioni apocalittiche che sembrano il risultato di eventi naturali o sovrannaturali: case in bilico su un dirupo, spazzate via da un tornado o distrutte da misteriose esplosioni nelle quali tutti gli oggetti quotidiani sono scagliati lontano ma sempre seguendo un certo senso di ordine. Pur dotati di un'estetica fantastica, i diorami di Doyle esplicitano paure e timori totalmente reali: la paura del vuoto, il timore per la perdita di tutto ciò che si è costruito, la costante incombenza della catastrofe. Oltre al tema della casa, Doyle gioca anche con il tema del contesto. La suggestione esercitata dall'idea di creare mondi in miniatura, chiusi e controllabili ha da sempre contraddistinto molte culture e civiltà. Dalle uova Fabergé agli acquari o i terrari, fino alle piccole sfere in vetro con la neve, uno degli elementi di maggior fascino offerti da questi oggetti è la possibilità di una visione d'insieme omnicomprensiva che mette l'osservatore nella posizione di una "divinità" su questi microcosmi. Grazie all'atmosfera inquietante e contraddittoria dei suoi diorami, Doyle ci mostra quanto siano piccole e fragili le nostre vite, per quanto incantevoli possono sembrare all'apparenza. Le sue opere non solo possono essere lette come un sarcastico commento sulla recente crisi del mercato immobiliare americano, ma divengono un'allegoria esistenziale, una riflessione sulla finta sicurezza e sulla solo presunta controllabilità di questi mondi e, per analogia, della realtà stessa. Le figure umane isolate rappresentate all'interno esprimono un senso di staticità e di congelamento del tempo, creando spazi da cui non sembra esserci via di scampo. Il fruitore rimane all'esterno, osservando realtà che è in grado di "controllare" solo con lo sguardo senza però poterne capire fino in fondo i misteri e le tragedie che si nascondono. 






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KNITTING HOMES… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE


Questa casa a maglia è stato fatto per La Biennale di Architettura di Londra dal gruppo Knitting Homes. La casa di maglia è lavorata con materiali tutti riciclati, plastica, sacchetti di immondizia e corda. Il gruppo Knitting dice di se:"Mentre alcune persone pensano che la maglia dovrebbe rimanere dietro i muri, noi costruiamo muri che sono di maglia" La plastica rende questa casa trasparente in modo da poter vedere le case dietro di esso. I colori della terra sembrano erba - bel contrasto con i materiali urbani grossolani.






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KLAS ERIKSSON … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

E' uno dei giovani artisti più interessanti del momento, poiché riesce a far confluire nel suo linguaggio le recenti ricerche sulla performance e le attuali tendenze di una pittura monocroma / astratta, creando un'interessante frizione tra spazio rappresentato e spazio percorso.  Quest'attitudine è bene testimoniata dai quadri monocromi ottenuti con la polvere delle città  che egli ha attraversato di recente; essi creano un corto circuito tra immagine pulviscolare del  cosmo e presenza immateriale di ciò che ci circonda. Questa rappresentazione determina nuove letture di significato per mezzo di performance e video; questi, realizzati con fumogeni e persone che attraversano lo spazio urbano, creano delle strane suggestioni in cui la  cultura popolare della tifoseria del calcio si confonde con atmosfere romantiche alla Caspar  David Friedrich.





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CHIARA DYNYS … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Sin dall'inizio della sua attività, all'inizio degli anni 90 ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili a un unico atteggiamento nei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell' anomalia, della variante, della "soglia" che consente alla mente di passare dalla realtà umana ad uno scenario quasi metafisico.Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto, al video e alla fotografia.Formatasi negli anni ottanta, rifiuta qualsiasi concetto di stile e di scuola per esprimere liberamente la propria riflessione sul mondo contemporaneo, intervenendo attraverso il linguaggio dell'arte. Al principio degli anni ottanta le prime mostre personali. Inizialmente si dedica alla pittura figurativa, resa materica e cromatica dall'uso della sabbia, che velocemente si evolve in forme tridimensionali geometriche di ordine matematico. Si serve di diversi materiali − resine, cera, pigmenti, marmi, alabastro, seta, velluto, ceramica, cristallo − con i quali genera passaggi e mutazioni di luce e colore. Le sue creazioni sembrano in cerca di spazi da occupare. Formula allusioni segrete al linguaggio, ponendo al centro della riflessione intellettuale i rituali della società, seguendo le proprie intuizioni. Il progressivo aumento delle dimensioni delle installazioni dagli anni novanta e l'importanza della luce, elemento indissolubilmente legato alla visione, trasformano la percezione dello spazio coinvolgendo emotivamente lo spettatore nella creazione artistica: il contatto con l'osservatore si fa fondamentale, tanto da trasformarlo spesso in attore proiettato nello spazio della creazione. Dice l'artista: "Ho usato spesso la parola passaggio per parlare del mio lavoro. Infatti ciò che è comune a tutti i miei lavori è il senso dell'attraversamento"."Il momento dell'andare, per cercare una via di uscita è il momento più importante perché nel muoverci costruiamo la nostra identità, questo è il nucleo del mio lavoro. Uso per esprimere questo materiale, forme e luoghi diversi. Ciò fa in modo che il mio linguaggio non mi annoi mai, quando guardo indietro ad un mio lavoro dico «ecco, questo è un lavoro che ho eseguito in un momento particolare in cui avevo bisogno di lavorare solo con il vetro, oppure con il bronzo, oppure la luce doveva attraversare il plexiglass...», i miei lavori mi parlano sempre, perché la mia storia è anche una storia di sperimentazione."Da sempre Chiara Dynys si interroga sul concetto di percorso e sulle potenzialità della luce (la non materia), realizzando labirinti, spirali, luoghi dove perdersi ritrovando paradossalmente la propria strada e la propria identità.





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JEAN DUBUFFET … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Irriverente, anticonvenzionale, irritante, geniale, debordante e assolutamente libero da ogni schema possibile: queste le caratteristiche di un artista che ha sovvertito le sorti dell'arte del Novecento. Per Jean Dubuffet l'arte culturale dei musei e delle gallerie non esisteva: il vero artista avrebbe dovuto rompere con ogni cosa conosciuta, distruggere la superficialità dell'ordinario, togliere la maschera dell'uomo sociale e civilizzato per far esprimere l'individuo selvaggio e puro che ognuno ha dentro di sé.Si affermò come uno dei promotori dell'"art autre" (o informale) e sostenne il valore di ciò che egli chiamò "art brut", ponendo polemicamente l'accento sull'aspetto primordiale, popolaresco, istintivo e perciò genuino di manifestazioni artistiche spontanee, anonime, infantili o addirittura di alienati.Nei suoi quadri andò via via assumendo sempre maggiore importanza la materia utilizzata, dal gesso alla ghiaia al catrame alla calce al mastice, non solo in sostituzione del materiale tradizionale, ma identificandosi con la realtà visuale e figurativa dell'artista, come appare chiaramente nella serie delle Texturologies (1957-58). Dopo il 1966 allargò la sua ricerca alla scultura, sperimentando nuovi materiali e realizzando numerose opere policrome in polistirolo espanso.





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ALBERTO BIASI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Alberto Biasi racconta divertito nei suoi scritti le reazioni degli spettatori ai suoi pezzi più cinetici, stupiti da come questi “si muovano” pur appesi al muro. In questa mostra abbiamo campionato alcuni tra rilievi ottico-dinamici e torsioni che ben rappresentano quella tipologia di opere. Ma l’effetto ottico generato è solo un aspetto del lavoro dell’artista padovano: «Il fruitore immagina ciò che manca: il movimento innanzitutto», scrive lui. Quindi lo spettatore è chiamato a partecipare alla creazione dell’opera, che completa solo nella sua mente e nei suoi occhi, non prima di aver a sua volta creato una coreografia di movimenti davanti all’opera stessa. Sembra potersi desumere dal lavoro di Biasi che l’opera non finisce qui: nasce con l’ideazione del progetto, realizzato magari dopo anni (non sono rari i lavori con la doppia datazione: idea e sviluppo), ma è in continuo e infinito e sempre nuovo completamento da parte dello spettatore. Il lavoro di Alberto Biasi è stato spesso ordinato secondo due chiavi di lettura: quella programmatica-cinetica e quella di stampo dadaista. A leggere bene, forse si può dire che non c’è dualità nell’intenzione. Talvolta l’obiettivo primario è ribaltare la prospettiva e mescolare i ruoli: in “Mostra chiusa: nessuno è invitato a intervenire” (1960) il pubblico è posto di fronte all’enigma se recarsi allo studio padovano del Gruppo N per trovarsi di fronte a una porta sbarrata; alla Mostra del pane (1961), il Gruppo N si veste da critico ed eleva ad artista un fantomatico panettiere. Talvolta Biasi spiazza le aspettative del suo pubblico, costringendolo, per esempio, a stare fermo anziché a muoversi per fissare la propria immagine sulla tela grazie alla luce di Wood (l’installazione Eco, 1974). In ogni caso, Biasi ambisce a perforare le cortine di ferro delle nostre aspettative e suggerisce come il movimento primario dell’arte sia l’interazione con chi sta di fronte all’opera, primo vero passo verso quella spersonalizzazione (collettivizzazione?) del lavoro cui Biasi ha sempre guardato con curiosità, dai tempi del Gruppo N alle riflessioni sull’identità (il caso dello scambio d’artista alla Quadriennale di Roma del 1986, quando per errore furono esposte le tele di un omonimo). 





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MASSIMO BARTOLINI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

2013 anno d’oro per Massimo Bartolini. Come altro definirlo, se nel giro di un mese l’artista toscano inanella un invito al Padiglione Italia alla Biennale di Venezia – è uno dei 14 alfieri di Pietromarchi – ed una mostra personale in un importante spazio pubblico britannico? Già, perché fino al 14 aprile è la Fruitmarket Gallery di Edimburgo ad ospitare Studio Matters + 1, progetto strutturato su due esposizioni complementari e sovrapposte, la cui seconda tappa si terrà allo SMAK di Ghent in aprile.La mostra è organizzata da Fiona Bradley, direttore della galleria stessa, e Philippe Van Cauteren, direttore dello SMAK, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo (ma non dovrebbe essere estranea la galleria Massimo De Carlo – che rappresenta Bartolini – con la sua sede londinese). Esposte una serie di opere recenti con una selezione di piccoli oggetti tratti dallo studio dell’artista, qui in esposizione per la prima volta. Ma soprattutto un’installazione di grande impatto, La strada di sotto, un campo di luci colorate, del tipo usato durante le celebrazioni di strada in Sicilia.






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PAOLA PEZZI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Impronte colorate. Nota per le sue sculture colorate e felici Paola Pezzi ha portato a Dynamo Camp un materiale semplice: il feltro.  I bambini hanno costruito forme tridimensionali ritagliando il tessuto a strisce che una volta imbevute nel colore hanno utilizzato per lasciare un’ impronta.Un’ altra opera collettiva intitolata “tra il dire  e il fare” è composta da una spirale di guanti da lavoro che con le dita comunicano le iniziali di tutti i bambini come nell’alfabeto muto. 






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DALLE MATITE NASCONO I FIORI … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 
Dalle matite nascono i fiori: Sprount, la matita inventata dagli studenti del Mit con un seme dentro che diventa piantina "Piantate la matita nel vaso e dopo qualche giorno vedrete germogliare piantine di basilico, salvia, menta, timo, radicchio e persino fiori”. Non si tratta di una favola, ma quello che succede alla matita “Sprout”, progettata nel 2012 da un gruppo di cinque studenti della prestigiosa università Mit (Massachussets Institute of Technology) durante un corso di product design. L’idea è molto semplice: prendere una classica matita in legno di cedro e posizionare alla sua estremità, al posto della gomma da cancellare, una capsula con il seme di una pianta. Quando la matita è quasi interamente consumata, invece di gettarla, si può inserire in un vasetto con un po’ di terra e, dopo avere innaffiato tutti i giorni, vedere nascere una piantina.




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HENRIQUE OLIVIERA  ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Le opere dell’artista multidisciplinare Henrique Oliveira invadono lo spazio con prepotenza sinuosa, aggrediscono le superfici come metastasi vegetali. Enormi radici tumorali, grovigli intestinali legnosi irrompono e sostengono il mondo che le circonda, attraversano pareti e ci inghiottono con calore uterino. Henrique Oliveira crea le sue installazioni gigantesche utilizzando pezzi di compensato alterato e assi di staccionate sottratte ai cantieri, affascinato dal deterioramento del legno e le sue venature così simili alle pieghe della carne umana. Viscere di legno stratificato, di colori e forme diverse, si gonfiano nello spazio. La natura tenta di uscire, di liberarsi dalle costrizioni urbane, penetrando e lacerando con sensualità edifici e strade. Una natura spietata e famelica.







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RAN ORTNER  ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Ran Ortner e l'Oceano, il mare e i fluidi. Vive a Brooklyn Ran Ortner dipinge su grande scala tele immense in cui cattura l'eterno va e vieni dei fluidi, chiunque si è provato a dipingere il mare sà quale sia la fatica che comporti, l'ardua scabrosa impresa,ecco perchè ve lo propongo, la sua opera monumentale,scenografica è stata di recente premiata all'Art Prize, certo oggi le attuali tecniche della riproduzione ci permettono di tutto, quasi possibile la riproduzione atomica del soggetto se vogliamo, al di là dell'accademismo scenico, dell'effetto resta che sono opere notevoli e quantomeno capaci di darci delle tracce nella comprensione della vita marina di supeficie.




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MANDALA STREET… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Mandala  street - i diagrammi circolari costituiti dall'associazione di diverse figure geometriche che derivanodalla tradizione iconografica buddhista . La parola Mandala deriva dal sanscrito e significa propriamente “cerchio” e indica gli psicocosmogrammi  (o più semplicemente diagrammi) usati a scopo di meditazione presso le scuole indù e buddhiste. 





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MARK FORNES ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

   
L'artista Marc Fornes e i colori dell'alluminio. Su richiesta del "The Edmonton Arts Councils", l'artista ha relaizzato "Vaulted Willow", un'installazione posizionata a Edmonton, in Canada, nel grande polmone verde cittadino di Borden Park. Con questo lavoro, Marc Fornes ha voluto offrire un'esperienza coinvolgente mantenendo le sue classiche "forme organiche uniche", scegliendo però, questa colta, i colori lucenti di centinaia di piccole lastre colorate in alluminio.







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TINGUELY JEAN … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Tinguely Jean, pittore e scultore noto soprattutto per la produzione delle macchine, conosciute ufficialmente come metamechanics (sculture in movimento).L’arte di Thinguely, “satirized mindless” si basa sull’irragionevole sovrapposizione di beni materiali nella società industriale avanzata. Cresciuto a Basilea, trasferitosi in Francia entra a far parte dell’avanguardia parigina nella metà del XX secolo. Nel 1954 viene organizzata la sua prima esposizione personale alla galleria Arnaud, Parigi. Degli stessi anni è la creazione dei Moulins à prière (mulini da preghiera) costituiti principalmente da cerchi metallici in fil di ferro di differente diametro, e di una serie di rilievi sul cui fondo nero si muovono forme geometriche bianche. Tinguely è stato uno degli artisti che hanno firmato il manifesto del Nouveau Réalisme nel 1960. Dello stesso anno è il suo primo viaggio a New York per una personale alla galleria Staempfli. E' qui che entra in contatto con Robert Rauschenberg e Jasper Johns. Tra i suoi lavori più noti, un auto-distruzione di scultura dal titolo "Omaggio a New York", e studio per un "Fine del Mondo No.2" nel deserto fuori Las Vegas. 






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JIHYUN PARK  ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE











Korean artist Jihyun Park, uses lit incense sticks to burn thousands of tiny holes in rice paper, creating meticulously detailed artworks ranging from images of clouds to mountains and trees. In the aptly named “Incense Series”, the burning of the incense sticks creates emptiness where there once was substance, both in the stick itself and the paper used. At the same time, the emptiness creates space in the paper and empty spaces show new image. The use of incense to burn these holes isn’t merely a novelty: “the word ‘utopia’ in Korean is ‘Yi Sang Hwang’ and ‘Hwang’ means ‘incense,’” the artist writes. “It is my hope that the ‘moments’ I capture of my subjects are ones when they are at their most ideal– true utopias. While drawing them with the incense, I am ‘holding’ a split moment of harmony in my hands.“ He also considers his art to be a reflection of the concept of Yin and Yang – the “balance of dark and light, emptiness and substance is the essence of ‘Yin’ and ‘Yang’ and through this balance utopia is achieved.





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     CHOI JEANG-HWA  ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Choi Jeang-Hwa(Seoul,1964) è un artista coreano, eclettico, umorista e l’arte non ha alcuna intenzione di metterla da parte. Qualunque cosa nelle sue mani si trasforma in un’opera ingegnosa e senza precedenti. Pressofuse in plastica, tessuti gonfiabili, carrelli della spesa, cibo vero e non, luci, cavi: il reale diventa relativo, tutto è amplificato gioiosamente grazie alla grande varietà di colori e materiali. Io credo che tutto sia arte. Ogni materiale trovato in cucina, la vostra camera, per le strade. Tutto nella vita di tutti i giorni può essere arte. Quindi non posso dire con certezza che tipo di artista sono”. Ha frequentato la Hongik Art School e ha iniziato a dipingere lì, ma si è presto reso conto che le persone “normali” costruiscono e creano cose molto più belle rispetto ad artisti riconosciuti o professionisti. Piuttosto che un artista, “ho deciso di essere una persona comune che pensa come un artista”. Choi Jeong-Hwa ama modificare la realtà negli spazi pubblici, per strada. “Non amo l’intero sistema a pagamento dei musei – dice – preferisco lavorare e interagire con la gente al di fuori.” L’artista coreano mescola i confini tra arte, graphic design, design industriale architettura. l lavoro di Choi riconosce e interiorizza i processi di consumo assieme alla distribuzione delle merci e questo lo ha portato ad essere considerato come il leader del movimento pop art Corea. Le sue opere d’arte vengono generate grazie all’utilizzo di oggetti di uso quotidiano, godono di un pizzico di umorismo molto chic e toccano temi che oscillano nell’arte contemporanea e nella cultura. Lavorare con materiali privi di valore significa per l’artista che tutto è più bello, basta solo camminare, osservare e immaginare. E’ interessato quindi alla quotidianità, agli oggetti della vita di tutti i giorni e ai materiali popolari, come dimostrano molte delle sue installazioni di arte pubblica. Opere realizzate al 90% con materiali poveri, di riciclo che proprio Choi Jeang-Hwa  recupera per strada, nella spazzatura e nelle discariche. Per esempio il legno per le oltre 1.000 porte utilizzate per Doors, un’impressionante installazione pubblica a Seoul, 10 piani anonimi rinascono e si mostrano attraverso porte di tutti i colori e i formati in una creazione delirante, stridente e, soprattutto, divertente. Oppure il pvc gonfiabile, con il quale realizza enormi e coloratissimi fiori di loto come Breathing Flower la sua ultima installazione che grazie a un congegno idraulico, la strana pianta si muove aprendo e chiudendo i petali abilmente lavorati, ondeggiano sospinti dal vento conducendo l’installazione in un movimento vitale, proprio come farebbe una creatura vivente che inspira ed espira, inoltre, nella cultura asiatica il fiore loto rappresenta purezza e grazia, Choi abbina l’ideale di questo fiore con il colore rosso, una tonalità associata alla fortuna e vitalità. La scultura floreale, che ha viaggiato in tutto il mondo, riflette sia la natura che la vita in una sola entità.





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                   MAKOTO AZUMA  ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Florista japonês dos buquês congelados Quem conhece o artista botânico Makoto Azuma, um dos floristas mais respeitados do Japão, vai se derreter com a sua nova exposição: “Ice Flowers”, em exibição em um armazém há duas horas de Tóquio. O projeto (espetacular!) consiste em 16 arranjos florais congelados. As espessas camadas de gelo distorcem hastes, pétalas e folhas dos buquês, dando a cada flor uma nova aparência. O efeito da água congelada realça incrivelmente a vitalidade e cor das flores – embora o brilho e beleza da obra desapareça gradativamente conforme os blocos começam a derreter…






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YAYOI KUSAMA  ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Profonda, pop, surreale, depressa, maniacale, allucinata e ossessiva. Ormai ultraottantenne, Yayoi Kusama nella sua vita -iniziata nel 1929- ha raccolto tanti aggettivi disparati come la miriade di pois colorati che ha disseminato in giro per il globo nell’ultimo mezzo secolo. Quel mondo psichedelico e puntiforme, che la madre cercava di correggere a suon di ceffoni, nel 2012 è stato celebrato attraverso un tour della sua “opera omnia”, da Parigi a Madrid, partendo dalla Tate Modern di Londra per arrivare al Withney Museum di New York, e sbarcare sugli scaffali patinati della celebre casa di moda Louis Vuitton. Un’arte provocatoria la sua che attraverso mega opere da esterni, tele lunghe decine di metri, infinity rooms, sculptures a temi sessuali, perfomance di denuncia, ha precorso i tempi ed elettrizzato il dibattito estetico negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Un’artista giapponese temprata dalla rigidità dell’educazione famigliare, dal rigore formale della pittura tradizionale Nihonga, dall’estenuante lavoro ripetitivo nelle imprese tessili in periodo di guerra -e dagli onnipresenti disturbi mentali- ha saputo dar vita a un’espressione artistica che “lotta ai confini della vita e della morte”, in bilico tra genio e follia. Un’arte sulla soglia del Paese delle meraviglie. 






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MARIA  A.ARISDOU ... OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Quando il caffè diventa pittura ... le immagini di  Maria A.Arisdou  stanno diventando virali sulla rete. Artista commerciale, illustratrice, cake designer a Cipro e in Gran Bretagna, così è come si definisce, sta sfruttando per dipingere un materiale che in realtà è molto più comune nell arte di quanto non si possa pensare: il caffè. Una tecnica che abitualmente è utilizzata nelle Accademie di Belle Arti ancora prima dell’acquerello e che permette di realizzare con facilità dei perfetti ritratti dalle tonalità seppia. Così, senza usare pastelli, acrilici o colori ad olio, Maria si serve del caffè per immortalare le icone pop del nostro tempo. Il risultato sta riscuotendo un grande successo tra il pubblico del web, probabilmente anche per la scelta dei soggetti da lei scelti. «La prima volta che ho usato il caffè per dipingere è del tutto casuale – ha spiegato l’artista cipriota – mentre dipingevo, un po’ di caffè è caduto sulla tela creando una macchia. Dopo averla guardata bene, ho capito che quella macchia aveva un qualcosa di interessante».





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ALEJANDRA MENDEZ  … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 

Alejandra Mendez, vincitrice del secondo Concorso Nazionale "Terre Medicee" dedicato ai portfolio fotografici nell'ambito di Seravezza Fotografia 2013, rientra nel programma degli eventi espositivi tutti al femminile – novità di questa edizione - dedicati ad artiste emergenti ma che hanno dato già prova del loro talento. Questa giovane fotografa di origine messicana, ma che vive e lavora a Brescia dal 2005, propone un percorso espositivo con 22 scatti di cui 12 fanno parte del progetto “Linfa vitale” e 10 del progetto che ha vinto il Concorso  “Terre medicee” dal titolo “L’altra che mi abita”.  Sono fotografie in uno splendido bianco e nero con un taglio intimista e femminile ma di valenza universale. Si approfondisce il rapporto tra la donna e se stessa, attraverso simboli come l'albero, immagine archetipica di natura, di solidità e di mutamento; di riproduzione, di rinnovo, di morte e di rinascita. E' un lavoro dedicato alla donna che riconosce nel suo corpo, la sorgente della propria forza, della propria linfa vitale. "Confesso di provare un grande piacere a creare delle immagini per comunicare – spiega Alejandra Mendez - forse con me stessa. Esse invadono la mia mente e le vedo ovunque, nei miei sogni, nei pensieri, nella parte più riflessiva che esiste dentro me. Non riesco a controllarle, la loro presenza è costante. L'unico modo di liberarmene è trasformarle in materia, ed è allora che la fotografìa diventa la protagonista. Lo scatto è solo l'ultimo gesto di un lungo e personale processo mentale, creativo ed emotivo”






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GEORGIA O'KEEFFE  … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 

Un fiore è relativamente piccolo. Un fiore, o l’idea del fiore, evoca in chiunque una serie di associazioni. Ci si avvicina a un fiore per toccarlo con la mano, o per sentirne il profumo,oppure lo si sfiora, magari inavver­titamente, con le labbra, o lo si dona a qualcuno come segno di affetto. Eppure, in un certo senso, nessuno si sofferma a guardare il fiore, a osservarlo realmente. È troppo piccolo, noi non abbiamo tempo, quel tempo necessario all’osservazione attenta, così come all’amici­zia vera. Se dipingessi il fiore esattamente come mi ap­pare, nelle sue dimensioni naturali, nessuno riuscireb­be a vederlo realmente.Così mi sono detta: dipingerò quel che vedo, quel che il fiore significa per me, ma lo dipingerò grande per indurre la gente a prendersi il tempo di osservarlo. In­durrò perfino gli affaccendati newyorkesi a guardare quel che io vedo nei fiori.Ebbene, sono riuscita a convincervi a prendere tem­po per osservare ciò che io ho visto e, quando avete fi­nalmente dedicato il tempo necessario per studiare realmente i miei fiori, avete trasferito le vostre conce­zioni dei fiori sui miei fiori. Voi scrivete sui miei fiori come se io vedessi e pensassi le stesse cose che voi ve­dete e pensate dei fiori. Ma non è affatto così. Poi, se dipingo una collina rossa, poiché questa non evoca in voi particolari associazioni come nel caso del fiore, dite che è un peccato che io non dipinga sempre fiori. Mentre un fiore tocca il cuore della maggior parte delle persone, non a tutti una collina rossa tocca il cuo­re come lo tocca a me, e non trovo un motivo per cui dovrebbe farlo. La collina rossa appartiene a quelle ter­re aride dove non cresce nemmeno l’erba e che, una duna dopo l’altra, giungono sino alla mia porta di casa: colline rosse, costituite, si direbbe, di quella stessa ter­ra che viene mescolata all’olio per ottenere il colore. Nella distesa infinita di queste colline sono presenti tutti i colori della tavolozza: dai gialli pallidi alle sfuma­ture dell’ocra, alle terre arancioni, rosse e viola fino ai toni soffusi del verde. Gli uomini non associano niente a queste colline, alla nostra terra deserta, a quello che, a mio parere, è il nostro paesaggio più bello. Forse non l’hanno ancora visto, e per questo mi chiedono di con­tinuare a dipingere fiori…





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PABLO MESA CAPELLA  … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Beh, non si tratta propriamente di bolle, ma di campane di vetro di varia misura, realizzate tutte dal sensibile e geniale Pablo Mesa Capella, giovane artista spagnolo con un ottimo background, che le ha riempite, con gusto e sapienza, di composizioni dalla valenza potentemente evocativa perché sviluppano emozioni che hanno dell’ineffabile. In effetti la mostra, intitolata Natura Onirica. La memoria degli oggetti, bene introduce al mondo di relazioni sottili, fantasiose ma anche possenti e sorprendenti, che l’autore è riuscito ad intessere con un così ampio repertorio di oggetti, accostati in modo bizzarro a formare dei microcosmi che ci parlano di un immaginario molto particolare e alimentato poi da una riflessione sulla Natura morta come genere pittorico, da cui il titolo della personale. L’artista, che è solito lavorare con installazioni e che pertanto mantiene attiva la sua attitudine da scenografo, certificata dal suo specifico diploma d’Accademia, ha elaborato davvero delle architetture tridimensionali nelle cui scenografie trovano la loro pensata ma anche ironica collocazione una miriade di oggetti di varia estrazione. In queste dimensioni “altre”, in particolare trovano una nuova vita, come se ne fossero gli abitanti, innumerevoli figure ritagliate da fotografie d’epoca, decontestualizzate e inserite in nuovi universi, stavolta tridimensionali, e nuove storie cui presumibilmente mai avrebbero pensato d’appartenere. 



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EDVARD MUNCH… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Edvard Munch viene spesso e volentieri inserito tra i simbolisti e tra i primi esponenti dell’espressionismo, importante movimento artistico del primo Novecento. Già da giovane, nel decennio del 1880 Munch aprì la sua arte alle proprie emozioni. In questo modo ruppe con il naturalismo dominante, che dava la priorità all’oggettivo e non al soggettivo. Fu un precursore delle correnti artistiche del decennio del 1890, dove si impose l’aspetto psicologico e soggettivo. Temi esistenziali come l’angoscia, la morte, la gelosia e la melancolia divennero centrali. Nella sua ricerca nell’esprimere “le visioni più sottili dell’anima” Munch sviluppò la sua caratteristica forma espressiva. Esprimere emozioni forti e soggettive richiedeva un’altra forma espressiva rispetto a quella dei naturalisti. Nelle opere di Munch si mescolano realtà interiori ed esteriori in grandi superfici racchiude da contorni ben definiti. I motivi vengono stilizzati e astrattizzati in simboli per ogni emozione e stato d’animo. Munch elaborò nel corso della sua attività artistica una serie di simboli ricorrenti per rappresentare stati d’animo ed emozioni. I colori hanno spesso un ruolo altamente simbolico nelle opere di Munch.





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FOTOGRAFIE YOKOMA  …  OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 

Il Museo delle Culture di Lugano, con sede in una splendida Villa appena prima dell’inizio del Sentiero per Gandria, si trova nella parte più orientale del Golfo di Lugano. La struttura è polifunzionale poiché comprende una Collezione permanente e anche una Biblioteca e un Centro di Ricerca. Molto ben gestito, attualmente ha allestita al piano terra dell’Heleneum  Gentō-ban: un centinaio di opere del Giappone tra ’800 e ’900.  Si tratta di vere e proprie chicche: una raccolta di diapositive su vetro e stampe all’albumina sia dipinte a mano che in bianco e nero e cromolitografie raccolte in tempi recenti da Claudio Perino, medico e appassionato di arte tradizionale giapponese da oltre venti anni.In questa esposizione, la dimensione quasi onirica delle fotografie all’albumina della Scuola di Yokohama è accentuata da un peculiare supporto, all’epoca molto diffuso e oggi quasi dimenticato: le delicate diapositive realizzate con lastre in vetro, chiamate gentô-ban (燈板), che letteralmente significa “illusione di luce”. Esse ci rendono l’emblematica ricostruzione e soprattutto le atmosfere di quello che era il Giappone di quel periodo.La mostra è iniziata lo scorso luglio 2014, doveva terminare lo scorso 12 ottobre ma è stata prorogata fino al 25 gennaio 2015 diventando una delle esposizioni di punta della Biennale dell’Immagine di Chiasso.





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LAND ART … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 

Un esempio eclatante di Land Art è la Spiral Jetty di Robert Smithson nel grande lago salato dello Utah realizzata nel 1970 di dimensioni enormi da non essere goduta, nel suo insieme, da nessuna persona che si trovi sul luogo. Per vedere l'opera in tutti i suoi particolari, lo spettatore deve salire su un elicottero, oppure accontentarsi di una prospettiva più precaria salendo la collina antistante. La Land Arto Earth Art nasce da tematiche e, principalmente da teorie concettualistiche che nel nostro Paese tendono spesso ad assumere una valenza poverista. Il territorio, la costa, una cala, un porto, una collina o qualsiasi altro spazio offerto dal pianeta può diventare opera d’arte. I gruppi che si costituiscono mettono in discussione soprattutto gli spazi che vengono impiegati per le manifestazioni artistiche: Lo spazio espositivo deve diventare esso stesso un'opera d’arte da essere goduta in pieno. Ecco che prende forza un principio prettamente concettuale che qualsiasi zona trattata artisticamente, deve essere considerata un'opera d’arte alla stessa stregua delle tele, tavole, cartoni, cartoncini, ecc. che hanno avuto trattamenti artistici. L’unica e sostanziale differenza sta nel fatto che in questi ultimi c’è un trasferimento della natura nel supporto, mentre nella seconda si effettua una sottrazione di natura per trasformare la zona stessa in opera d’arte. Talvolta l’imponente aspetto dell’opera, nella sua completa vastità, entra in serio conflitto con il materiale impiegato per la sua realizzazione che spesso, sotto l’azione degli agenti atmosferici, si deteriora togliendo bellezza ed eleganza all’intero impianto d’insieme. Purtroppo il fruitore dell’opera deve spesso volare per riuscire a goderne a pieno la bellezza, oppure accontentarsi di una documentazione visiva che la riproduca. Il mondo a supporto dell’opera d’arte: la Spiral Jetty di Robert Smithson Il fenomeno della Land Art riguarda una generazione di artisti statunitensi e anglosassoni che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, realizza sculture di grandi dimensioni e sofisticati progetti ambientali senza peraltro mai costituire un movimento teorico, o una scuola di pensiero unica. Il nuovo nasce nell’ambito dell’arte concettuale, ma la definizione odierna viene utilizzata per la prima volta soltanto nel 1969, in California, da Gerry Schum, autore di un famoso video sull’argomento; tuttavia, inizialmente, è il giovane Robert Smithson (1938-1973) ad estrapolare la parola Earthworks (opere della terra) da un racconto fantascientifico di Brian W. Aldiss; tale parola viene scelta come titolo della mostra collettiva presso la Dwan Gallery di New York (ottobre 1968) a cui partecipano: Carl Andre, Herbert Bayer, Walter De Maria, Michael Heizer) Robert Morris, Dennis Hoppenheim , Sol LeWitt, Stephen Kaltenbach e lo stesso Smithson. In seguito anche Walter De Maria (1935) preferirà definire le proprie opere con una formula più chiara e immediata di Land Art, che comprende nel suo significato anche il pianeta Terra. Infatti, se il pittore tradizionale continuava a confrontarsi con le due dimensioni della tela (larghezza e lunghezza) l'artista della Land Art utilizza la Terra come termine estremo di confronto proporzionale e di scala. Ecco qualche opera esemplare in cui il nostro pianeta viene utilizzato come "tela cosmica": i coniugi Christo e Jeanne-Claude impacchettano con cinquantasei chilometri di nylon le coste dell'Australia (Little Bay, Australia, 1968;) e famosi monumenti europei come le Mura Aureliane di Roma (1974), Pont Neuf a Parigi (1985) e il Reichstag di Berlino (1992); Michael Heizer realizza Doublé Negative nel deserto del Mormon Mesa (1969) scavando 240.000 tonnellate di arenaria per formare una diagonale vuota, un solco nella terra entro cui poter camminare. Ecco come lo stessa Heizer spiega il suo lavoro: «M'interessa un tipo di scultura che si possa realizzare fuori della comunità dell'arte e senza impiegare materiali artistici; sculture fatte di materiali come terra, ghiaia e sassi [...] Il mio dovere di scultore è di lavorare con qualunque cosa che sia tangibile e fisica. Lo so che i materiali hanno potenziali espressivi, ma dei materiali mi interessano di più le caratteristiche strutturali che non la bellezza. Penso che la terra sia il materiale con il massimo di potenzialità, perché è la sorgente originaria della materia... Ho realizzato le mie sculture all'esterno sin dall'inizio. Trovai subito grandi quantità di materiali, e così cercai di usare la forza di gravita come fonte d'energia libera e naturale[…]». (Heizer, 1984). Diverso il caso di Robert Smithson che affianca a una ricca produzione critica e teorica, opere profondamente simboliche come The Spiral Jetty, realizzata a Great Salt Lake (Utah, 1971), una spirale di terra di riporto che si insinua nel Lago Salato e che impone alla natura una sorta di geometrico predominio. Robert Smithson (Passaic, New Jersey, 1938; Amarillo, Texas 1973). La vita di uno dei principali esponenti della Land Art si interruppe tragicamente in un incidente aereo mentre lo stesso stava ispezionando una zona dove avrebbe voluto realizzare la sua Amarillo Ramp, una grande rampa spiraliforme nel deserto del Texas. Dopo un esordio in pittura sulla scia dell’espressionismo astratto, entrò in contatto con gli esponenti della minimal art e realizzò sculture di valenza concettuale in metallo, vetro, specchi (Mirror Stratum 1966, New York, Museum of Modern Art). Dal 1968 intraprese la serie dei Non-Sites, contenitori pieni di detriti provenienti da contesti naturali modificati dall’intervento umano o soggetti a trasformazioni geologiche, alternandoli a eventi in situ (Sites). Tra i suoi Earthworks, Asfalt rundown (1969), una colata di asfalto in una cava abbandonata di Roma e la nota Spiral Jetty molo a forma di spirale che si protende nel Grande Lago Salato dello Utah. L’opera di Smithson in questione, oggi per effetto dell’innalzamento delle acque, è visibile solo in visione aerea. Ecco come ne parla lo stesso autore: « La scala di Spiral Jetty (Gettata a Spirale) tende a fluttuare a seconda di dove si trovi l’osservatore. La misura determina l’oggetto, ma è la scala che determina l’arte. Una fessura nel muro, se vista in termini di scala e non di misura può diventare il Gran Canyon. Una stanza può trasformarsi nell’immensità del sistema solare. La scala dipende dalla capacità di essere coscienti delle realtà della percezione. Quando ci rifiutiamo di disgiungere la scala dalla misura, ci ritroviamo con un oggetto o un linguaggio che sembra certo. Per quel che mi riguarda, la scala opera attraverso l’incertezza. Essere nella scala di Spiral Jetty significa essere fuori. Se guardi davanti a te, la sua coda ti fa scendere a uno stato indifferenziato di materia. Se muovi lo sguardo verso il basso da un punto all’altro, scorgi, sui bordi interni ed esterni, cumuli fortuiti di cristalli di sale, mentre l’intera massa ripete l’irregolarità dell’orizzonte. E ogni cristallo cubico di sale ripete la Spiral Jetty in termini di reticolo molecolare cristallino. In un cristallo la crescita avviene intorno a un punto di spostamento, come in una vite. Spiral Jetty può essere considerata come uno strato all’interno della spirale del reticolo cristallino, ingrandito trilioni di volte». (Smithson, 1979). La Land Art dimostra il superamento dell'idea di museo: significati arcaici e simbolici accompagnano gesti, azioni e progetti sui territori vasti e disabitati del globo. Sempre Robert Smithson scrive: «I giudizi e le opinioni nel campo dell'arte non sono che sussurri dubbiosi nel fango della mente». Tra il mondo occidentale tecnologicamente strutturato e un'opera d'arte della Land Art si avverte effettivamente una distanza incolmabile. Ciò che emerge dalle opere di questi artisti è dunque l'interesse per un'esperienza estetica in situ, ovvero in contesti ambientali specifici e inamovibili. E poiché le opere della Land Art sono disseminate qua e là sul territorio mondiale, lo spettatore deve intraprendere una vera e propria iniziazione conoscitiva per visitarle. Con la Land Art si può filosoficamente parlare di un Erfahrung (esplorazione fisica, viaggio reale) che implica conseguentemente un Erlebnis (esperienza psicologica, vissuto interiore).





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MASAO YAMAMOTO… OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Ogni luogo che viviamo è fatto di  piccoli dettagli  che non percepiamo, di eventi che accadono ma che semplicemente non notiamo. Masao Yamamoto cerca di catturarli nelle sue istantanee, trasformando la banale quotidianità, in un qualcosa dal più ampio significato. Il carattere estetico delle sue immagini è qualcosa di unico: è sottile, raffinato e potente al tempo stesso. È il risultato di un lavoro estremamente accurato che sfrutta  tecniche manuali  di diverso genere. Sperimenta con la superficie delle fotografie, dipingendo su esse, logorandone i bordi o tingendole in bagni di tè. Così il tempo sembra averle marcate. Probabilmente influenzato da aspetti della filosofia orientale che vedono al centro dell’ armonia universale un rapporto tra il tutto e il singolo, il lavoro di Masao Yamamoto si sviluppa in serie di immagini che possono essere fruite in gruppo ma che possono anche parlare per sé, distaccate dalla concezione seriale. Quando Yamamoto scatta una fotografia coglie questa armonia: è avvolto da un sottile flusso d’aria, respira il profumo della terra, osserva la lieve luminosità che gli oggetti restituiscono ai suoi occhi e ci regala immagini che sembrano ricordi inventati: offuscati ma familiari e inspiegabilmente intimi.





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KINTSUGI  … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 


In Giappone, quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro, poiché si è convinti che un “vaso rotto possa divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine”. Tale tecnica di riparazione prende il nome di Kintsugi o Kintsukuroi (letteralmente, “riparare con l’oro”), e consiste nell’incollare i frammenti dell’oggetto rotto con una lacca giallo rossastra naturale e nello spolverare le crepe che attraversano l’opera ricomposta con della polvere d’oro (più raramente d’argento o di rame). Il risultato è strabiliante: il manufatto è striato d’oro, percorso da linee che lo rendono nuovo, diverso, bellissimo. La casualità determinata dalla rottura, rende gli oggetti redivivi grazie al kintsugi tutti differenti fra loro e dunque unici, oltre che pregevoli per via del metallo prezioso che li decora. Ricorrere al Kintsugi richiede, come facilmente immaginabile, “tempo e denaro”: La circostanza che il Kintsugi non costituisca una pratica alla portata di tutti, appare, tuttavia, del tutto secondaria: a contare, infatti, non è tanto la possibilità di riparare un oggetto accrescendone la bellezza e il pregio, quanto la filosofia che ne è alla base, secondo la quale la vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e, come tale, va accolta. Il dolore, per i giapponesi, non incarna un sentimento vergognoso, da estirpare o da occultare, così come l’imperfezione estetica non rappresenta un elemento capace di rovinare l’armonia di una figura; le crepe dell’oggetto rotto non vanno nascoste né mimetizzate ma valorizzate, esattamente come le cicatrici, i difetti fisici e le ferite dell’anima non vanno celate ma esibite senza imbarazzo, essendo le stesse parte dell’uomo e della sua storia. Una filosofia assai distante da quella tipica delle società occidentali, nelle quali il valore affettivo è sempre più spesso sacrificato a quello materiale, la sofferenza è considerata un sentimento sterile, anziché un moto dell’anima grazie al quale ciascuno ha la possibilità di comprendere più a fondo se stesso e di reinventarsi ridisegnando la propria esistenza, e i difetti fisici sono drammatizzati e camuffati in nome dell’aderenza al modello di perfezione estetica irraggiungibile proposto dai mezzi di comunicazione, invece che valorizzati in quanto elementi di fascino e di unicità. Il Kintsugi, attraverso, l’arte, ci dimostra che da una ferita risanata, dalla lenta riparazione conseguente a una rottura, può rinascere una forma di bellezza e di perfezione superiore, lasciandoci così intendere che i segni impressi dalla vita sulla nostra pelle e nella nostra mente hanno un valore e un significato, e che è da essi, dalla loro accettazione, dalla loro rimarginazione, che prendono il via i processi di rigenerazione e di rinascita interiore che ci rendono delle persone nuove e risolte. D’altronde, anche le perle nascono dal dolore, dalla sofferenza di un’ostrica ferita da un predatore: altro non è, una perla, che una ferita cicatrizzata.






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VIOLETTA PARRA … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 
Come lei, poche: poetessa, scrittrice, pittrice, artigiana. Rappresenta il dissenso contro una delle dittature più dure del ‘900. Una donna.Musicista, cantante (è sua l’indimenticabile Gracias a la vida), poetessa, pittrice scultrice, Violetta Parra è un’icona della cultura popolare sudamericana. Come Ernesto “Che” Guevara, diventò un mito e un simbolo dopo la sua morte. I suoi ritratti , i manifesti raffiguranti il suo viso carismatico, si incontrano ovunque in Cile, a testimonianza del fatto che la sua figura si radicò nella cultura delle classi più povere che la consideravano e la considerano tuttora un simbolo del riscatto sociale. Era una profonda conoscitrice del suo Paese e delle sue tradizioni. Lo aveva girato in lungo e in largo ed esprimeva la sua arte sia con la musica, sia attraverso l’uso delle arti visive. Le sue decorazioni su ceramica e i suoi dipinti sono stati esposti di recente anche al Louvre a Parigi. Con questo suo vagare per il Cile scoprì e approfondì le tradizioni popolari, le lotte sia dei contadini che del proletariato. Violeta Parra nacque a San Carlos, nella provincia cilena di Chillán, il 4 ottobre 1917. Figlia di una sarta e di un professore di musica interessato al folklore, era la terza di nove figli. All’età di tre anni, la famiglia si trasferì in un sobborgo di Santiago del Cile; date le condizioni economiche assai precarie, fin da piccolissima cominciò a cantare in locali pubblici per guadagnare qualche soldo. A nove anni imparò a suonare la chitarra; le prime canzoni le scrisse a dodici anni. Diplomatasi maestra elementare, a 23 anni Violeta Parra esordisce in un teatro della capitale cilena e incide i suoi primi dischi; nel frattempo, i suoi interessi per l’autentica musica popolare cilena la spingono sempre di più al contatto con la gente e, di conseguenza, ad una precisa maturazione e presa di coscienza politica. 



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PAIGE BRADLEY  … A OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE 

" L'arte non è intrattenimento. L'arte non è  un bene di lusso. L'arte è cultura. E 'you and me "
Bradley divenne popolarmente conosciuta per il suo concetto di scultura, di espansione , opera di bronzo e di energia elettrica che rappresenta la figura di una donna in una posizione a gambe incrociate con la luce proveniente da crepe nel suo corpo, originariamente fotografato nel 2004 contro uno skyline di Manhattan. Paige Bradley è una scultrice americana di formazione classica vive e lavora a Londra. I suoi bronzi figurati rappresentativi rivelano la bellezza della forma umana, nonché il complesso, spesso contraddittorio, aspirazioni dello spirito umano. In un'epoca in cui la scultura astratta e concettuale è spesso favorita rispetto opere figurative, Bradley mantiene il suo amore per l'arte figurativa. Lei crede che la figura in grado di parlare un linguaggio essenziale, senza tempo e universale, quello che evoca potentemente gli elementi sfumature dell'esperienza umana. Nel 2001 Bradley è stata votata nella prestigiosa Società Nazionale Scultura, come una scultrice professionista. Nel 2006 Ballet International Foudation Ballet International la incarica di creare un premio di bronzo da dare ogni anno in occasione di importanti concorsi internazionali. "Le sue sculture dimostrare la capacità di fondere le emozioni umane e la spiritualità in una forma ma profonda immediatamente accattivante di comunicazione", ha detto Andreas Kronenberg, fondatore e presidente di International Ballet. Il suo pezzo " Freedom Bound" è stato installato nella hall del nuovo complesso di danza presso Point Park University di Pittsburgh, quando è stato inaugurato nel 2008. Gran parte del lavoro di Bradley emana dal suo desiderio di utilizzare l'arte come un mezzo che è al tempo stesso la guarigione e ispirazione. Un esempio è " IL NASTRO DI SPERANZA E DI CORAGGIO”, che nel 2012 fu donata a S.Nube Hospital S. Nube in Minnesota. Sospeso a circa 15 metri sopra il pavimento in una stanza con pareti in vetro, il pezzo presenta una ballerina esegue un arabesco e finali un nastro di 50 piedi di lunghezza in bronzo che si erge sopra di lei e poi si dispiega in tutta la stanza. Parlando nella rivista dell'ospedale, Bradley ha detto, "Il mio desiderio è che questa scultura aiuterà ispirare quelli con dolore di sentirsi di nuovo libero, e quelli con difficoltà a sentire di nuovo la luce. La magia dell'arte, tuttavia, è che non riesco mai a immaginare la profondità di ciò che lo spettatore può portare al significato dell'opera. "





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NIKI CAVE … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE




Nuova esposizione di Soundsuits fantastico, artista di moda Nick Cave
"Cave è ben noto per le sue Soundsuits, forme scultoree in base alla scala del suo corpo. Soundsuits camuffare la corpo, mascherando e la creazione di una seconda pelle che nasconde razza, genere e classe, costringendo lo spettatore a guardare senza giudizio " 







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GARETH PUGH  … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Stilista inglese Attualmente vive e lavora a Parigi. A 14 anni Pugh cominciò a lavorare come costumista per l'English National Youth. Si è diplomato come disegnatore di moda alla Central Saint Martins nel 2003. La sua ultima collezione al St. Martins, per la quale impiegò palloncini per evidenziare le forme dei modelli (una tecnica che diventerà la sua prerogativa), attirò l'attenzione della rivista Dazed & Confused che utilizzò i suoi modelli per una copertina. Il suo debutto alla Alternative Fashion Week nel club londinese Kashpoint portò Pugh all'attenzione dei talent scout di Fashion East e nel 2005 parteciperà ad una loro collettiva. Questa si rivelerà essere un grosso successo personale per lo stilista e gli aprirà la strada ad altri successi. Il primo show di Pugh da solo avverrà a Londra nel 2006, nella London fashion week, dove tornerà a sfilare l'anno successivo. Le sfilate di Pugh continuano ad ottenere successi presso la critica. L'edizione britannica della rivista Vougue, per esempio, definì la sua collezione primaverile 2007 "un incredibile, imperdibile spettacolo" e disse che "il suo genio è innegabile." Kylie Minogue ha usato molti dei modelli di Pugh negli anni recenti, soprattutto nel suo Showgirl - The Greastest Hits Tour e Showgirl - The Homecoming Tour. La cantante Lady Gaga recentemente ha indossato una giacca di Pugh in un suo concerto del 2009. Ashlee Simpson ha indossato un suo vestito nel video "Outta My Head." Il cappellaio Nasir Mazhar  ha cominciato la sua carriera lavorando per Pugh. Nel 2011 collabora con il colosso canadese della cosmesi MAC per una collezione di trucchi in uscita a novembre. Viene nominato nella canzone della boy band Kazaky nel singolo Love.






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FRIDA KAHLO … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Pittrice visionaria, donna forte e anticonvenzionale, ma anche icona di stile. Frida Kahlo, tra le figure femminili più popolari e amate della storia dell’arte, ha incarnato un modello atipico, passionale, in cui la forza intellettuale, il talento artistico e la trasgressione sociale si fondevano, anticipando i tempi e scalzando ogni cliché. La sua cifra pittorica divenne leggenda, insieme alla sua vita tormentata, scandita dal piacere, dalla sofferenza, dal coraggio. Ma fu anche il suo stile a imporsi e sedurre: il carattere, le abitudini, le amicizie e gli amori, e poi l’insolita bellezza, mix di eleganza muliebre e di mascolinità. E così gli abiti, le acconciature, il make up, il piglio e il temperamento.Quando morì, nel 1954, uccisa da un’embolia polmonare, Frida lasciò una quantità incredibile di oggetti personali, tra vestiti, effetti personali, accessori. Il marito, Diego Riviera, chiuse tutto nella stanza da bagno della loro casa a Città del Messico, la cosiddetta “Casa Blu”, che un giorno sarebbe diventata il Museo Frida Kahlo. Una camera che, per volontà di Rivera, sarebbe dovuta restare sigillata quindici anni, dopo la scomparsa della moglie. La chiusura si prolungò in realtà fino al 2004, quando il museo decise di inventariare l’intero corpus: circa 300 reperti inediti della vita di Frida Khalo. A fotografare tutto, durante quell’operazione “sacra” di svelamento, ricostruzione ed archiviazione, c’era una fotografa giapponese, Ishuchi Miyako. Ne è nato un progetto, chiamato semplicemente “Frida”, che è un racconto e insieme un ritratto, costruito attraverso le tracce di una storia intima, quotidiana. Miyako ha documento così i tradizionali abiti Tehuana usati dall’artista, che nascondendo la disabilità di cui soffriva (per via della poliomelite e poi di un gravissimo incidente) erano anche un omaggio “femminista” alle radici della società matriarcale messicana. E ancora occhiali da sole, collant, i busti decorati con cui sosteneva la schiena danneggiata, scarpe, guanti, cosmetici, fino alle protesi utilizzate dopo l’amputazione di una gamba nel 1953. 





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COCO CHANEL  … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Non mi pento di nulla nella mia vita, eccetto di quello che non ho fatto.
Nata a Saumur, Francia, il 19 agosto 1883, Gabrielle Chanel, chiamata "Coco", ebbe una infanzia molto umile e triste, trascorsa in gran parte in un orfanotrofio, per poi diventare una delle più acclamate creatrici di moda del secolo scorso. Con lo stile lanciato da lei ha rappresentato il nuovo modello femminile del '900, ossia un tipo di donna dedita al lavoro, a una vita dinamica, sportiva, priva di etichette e dotata di autoironia, fornendo a questo modello il modo più idoneo di vestire. Inizia la sua carriera disegnando cappelli, prima a Parigi nel 1908 e poi a Deauville. In queste città, nel '14, apre i suoi primi negozi, seguiti nel '16 da un salone di alta moda a Biarritz. Lo strepitoso successo la colse negli anni venti, quando arriva ad aprire i battenti di una delle sue sedi in rue de Cambon n.31 a Parigi e quando, da lì a poco, verrà considerata un vero e proprio simbolo di quella generazione. Lo scoppio della seconda guerra mondiale impose però un'improvvisa battuta di arresto. Coco è costretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto soltanto il negozio per la vendita dei profumi. Nel '54, quando torna nel mondo della moda, Chanel ha 71 anni La stilista aveva lavorato dal 1921 al 1970 in stretta collaborazione con i cosiddetti compositori dei profumi, Ernest Beaux e Henri Robert. Il celeberrimo Chanel N°5 venne creato nel 1921 da Ernest Beaux, e secondo le indicazioni di Coco doveva incarnare un concetto di femminilità senza tempo, unica e affascinante. Il N°5 non fu innovativo soltanto per la struttura della fragranza, ma per la novità del nome e l'essenzialità del flacone. Chanel trovava ridicoli i nomi altisonanti dei profumi dell'epoca, tanto che decise di chiamare la sua fragranza con un numero, perché corrispondeva alla quinta proposta olfattiva che le aveva fatto Ernest. Indimenticabile poi, la famosa affermazione di Marylin che, sollecitata a confessare come e con quale abbigliamento andasse a letto, confessò: "Con due sole gocce di Chanel N.5", proiettando in questo modo, ulteriormente, il nome della stilista e del suo profumo nella storia del costume. Il flacone poi, assolutamente all'avanguardia, è divenuto famoso per la sua struttura essenziale e il tappo tagliato come uno smeraldo. Questo "profilo" ebbe un tale successo che, dal 1959, il flacone è esposto al Museo di Arte Moderna di New York.







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ILSE MOORE … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

Ilse Moore - South African Underwater Photographer
“While my underwater photography often involves commercial, fashion and bridal shoots, my conceptual work speaks of a subconscious denial of reality. I have always been attracted to surreal imagery. I believe that photography as a medium lends a kind of realism to these ‘fantasies’, allowing it to exist in closer relationship to the viewer. I like that it suggests the possibility of an indiscernible truth. Shooting underwater seemed like the logical next step in finding a balance between the surreal world and my own reality…”
* * *
"Mentre la mia fotografia subacquea comporta spesso pubblicità , moda e abiti da sposa, il mio lavoro concettuale parla di una subconscia negazione della realtà. Io sono sempre attirata ad un immagine surreale. Credo che la fotografia come un mezzo si presta una sorta di realismo a queste 'fantasie', consentendo di esistere in un rapporto più vicino allo spettatore. Mi piace che suggerisce la possibilità di una verità indistinguibile. Riprese subacquee sembravano il logico passo successivo nel trovare un equilibrio tra il mondo surreale e la mia realtà..."





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VERONIKA RICHTEROVA  …  OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE

L’artista ceca Veronika Richterovà da nuova vita alle bottiglie di plastica. Negli ultimi dici anni l’artista ha utilizzato vari metodi ditaglio, riscladamento, e assemblaggio per costruire forme traslucide di tutto, dai coccodrilli ai lampadari. La sua ossessione per le bottiglie di plastica non si ferma con la creazione di opere d’arte, Richterovà ha raccolto oltre 3.000 oggetti in plastica da 76 paesi che utilizza per costruire centinaia di sculture.











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RECYCLE ARTE … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
Una parola gira volentieri nella cultura ecologica: riuso. Si parla di riutilizzare scarti, trasformare gli oggetti che hanno terminato un ciclo di vita e sono stati accantonati, in altri oggetti, con funzioni diverse. E’ un tema necessario: l’occidente, dopo un centinaio di anni di “società dei consumi”, scopre di avere accumulato una quantità di scarti tale da non essere più ignorata. Di solito chi “riusa” è anche più “ecologico”, è portatore di un’estetica povera, e usa volentieri espressioni come riciclare, recuperare, riutilizzare. Tutti termini con un odore particolare, non proprio un profumo. Le cose riciclate dell’immaginario comune sono sporche, riciclo è quello del denaro, riutilizzo può essere un’espressione del” vorrei ma non posso”, un ripiego. L’oggetto ecologico di solito è bruttino, un po’ “scartolato”, quasi dimesso. E’ un’estetica molto precisa, con le sue regole formali e tutto. Forse è il caso di abbandonarla e passare oltre. Propongo un altro immaginario per questa zona del progetto: è quello dell’immortalità, della vita che rinasce ciclicamente. Un buon simbolo in questo senso è il pavone, distruttore dei serpenti e del tempo, il suo potere ne trasforma il veleno in bellezza, nel fuoco della sua ruota solare l’universo si riforma e rinasce, ciclico. Questo scritto è stato riciclato al 99% da un altro apparso su “Design Diffusion News” del settembre ’95. E’ amico della natura e non inquina.



Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Un concetto semplice ed immediato, espresso da Lavoisier oltre 2 secoli fa.

Un modo, il mio, per far passare un pensiero che spesso troppi dimenticano.

@GalleriaVirtuale Vdr







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IL TEMPO … OLTRE LO SPAZIO VUOTO DI UNA CORNICE
È il tempo «il nostro coinquilino essenziale»

Lo interroghiamo senza ricevere risposte.

Non sappiamo se lo stiamo attraversando o se è lui ad attraversarci.

Per secoli, gli artisti hanno provato a sconfiggere questa divinità.

Per loro, infatti, dipingere un quadro o scolpire una scultura è
innanzitutto un modo per edificare un Monumentum Aere Perennius:
per sottrarsi all’ inesorabile destino terreno.

A orientare le loro opzioni è l’idea secondo cui il creatore rimane un
«errore biologico» rispetto alla creazione.

« ARS LONGA, VITA BREVIS »
(Antonio Tabucchi)






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